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martedì 7 aprile 2020

Il vuoto della distanza



In questi giorni l'attenzione è puntata sulla bravura degli insegnanti ad adattarsi all'emergenza. Tanti occhi sono puntati sulla Scuola, come se improvvisamente ci si fosse accorti dell'importanza che quest'istituzione potrebbe avere in una società. [Il condizionale non è da distrazione.] 

I segni che distinguono la professionalità di un docente non sono dati dalla capacità di accogliere i propri studenti in un tempo diverso dal prima, ma da quanto ci si sappia adeguare alla didattica a distanza. Si è dei bravi insegnanti perché si sanno scegliere saperi da pubblicare e piattaforme da abitare, in uno spazio che è metaforico, ma tanto reale quanto pressante. La bravura dei docenti non sta nel saper riconoscere i bisogni dei suoi ragazzi, ma nell'abilità che dimostrano nel trasformarsi in divulgatori, affinchè a chiunque sia resa riconoscibile l'evoluzione del ruolo [non l'autorevolezza], la prontezza nel curare contenuti secondo modelli nuovi. Curare contenuti: il buon Don Milani vorrebbe questo verbo scritto con la maiuscola, ma la Cura chiede vicinanza. La definizione della didattica a distanza è precisa, antitetica alla vicinanza che reclama il linguaggio non verbale, l'arma che rende il mestiere dell'insegnante così prossimo a quello dell'attore, quello stesso linguaggio che ti fa entrare nei cuori, prima ancora che nei cervelli, permettendo ai discenti di innamorarsi del sapere, grazie alla capacità di stare in aula come mai nessun altro allieva avevo incontrato prima.
La Cura ti guarda negli occhi, cerca le ombre. La Cura sa riconoscere gli ultimi, i distratti, quelli sul pezzo e le eccellenze, che a dirla tutta, qualche volta possono confondersi con le disabilità. La Cura porta alla meta tutti, ma non in egual misura e con gli stessi mezzi. Tutti vincono. 

Invece in questa corsa stiamo perdendo tutti. Gli insegnanti perdono il mestiere, nel reale pericolo di vederlo mutato, prima ancora che riconosciuto;  i ragazzi perdono l'arricchimento del confronto, della ricerca e forse anche dell'errore, i genitori perdono equilibrio nell'ansiosa rincorsa al risultato, all'evidenza, alla messa alla prova.
Come mi diceva qualche giorno fa un'amica insegnante, si rischia di trasformare la didattica in un videogioco, in una gara a quiz. Ci si ritrova a distribuire nozioni come le carte di una partita a scopa, per dare l'idea che si sta andando avanti, che non li si lascia soli. 
E invece non sono soli, sono isolati. 

In tutta questa discussione nazionale ci si è distratti dimenticandosi  una categoria di studenti, i ragazzi del fare, quelli che hanno scelto di mettere in campo altre intelligenze, che hanno scelto le mani, prima ancora dei libri. Quelli di cui non parla mai nessuno, perchè in Italia quasi non c'è  un sistema che li consideri, tanto che ogni Regione si organizza come meglio crede. Quelli per cui, anche se in età di obbligo scolastico, il Ministero mette poche risorse e per il resto ci pensa il Fondo Sociale Europeo. Quelli che spesso nelle statistiche nemmeno compaiono. Quelli che coincidono con meno strumenti, meno consapevolezza, più difficoltà. 
Questi ragazzi sono  gli stessi che trovate quando andate a prendere un aperitivo, quando fate la messa in piega o portate la macchina dal meccanico. Loro avevano scelto una scuola professionale, pratica, in primis perchè seduti al banco, fermi, non ci volevano stare, poi magari si sono anche scoperti talenti di una professione che avevano avvicinato quasi per caso. Avevano imparato a coltivare dei sogni, che gli avevamo insegnato a far diventare progetti. Ora si è arrestato tutto, in una dimensione che paradossalmente il mondo definisce loro. Ci siamo raccontati un storia che non aderisce ai fatti: non sono tutti nativi digitali, perchè banalmente se non puoi permetterti i giga e gli strumenti, alla fine di tutta questa storia non avrai imparato come gli altri, non avrai raggiunto gli stessi obiettivi e i progetti saranno tornati ad essere sogni, troppo grandi per dar loro concretezza. 
Gli insegnanti avranno curato contenuti, ma non il loro bene più prezioso che sono i ragazzi. 

Quando finirà questa emergenza e tornerete al bar, dalla parrucchiera o dal meccanico pensateci, pensate al vuoto che ha creato la distanza, pensate alla didattica che si è persa nella mancanza di uno sguardo e nella mancanza della parità sociale. 





giovedì 6 maggio 2010

Tra competenze e prestazioni...



ritornando alle competenze...
La scuola italiana si sta riformando a piccoli passi, a singhiozzo e tra le contraddizioni. Nel 2007 Fioroni con il famoso decreto di fine agosto ci aveva propinato gli assi culturali, mettendo l'accento su una modalità fondata non più sui saperi, sulle nozioni di una scuola vecchia e monotona, ma piuttosto sul saper fare, sul contestualizzare, codificare, digerire le conoscenze affinchè possano diventare competenze.
Grazie agli assi culturali si sono declinati quelli che dovrebbero essere gli standard di appredimento attraverso conoscenze, competenze e abilità.

Sicuramente questo sistema obbligherebbe a sganciarsi dai vecchi programmi la cui scarsa validità didattica è garantita. La Formazione Professionale per assicurarsi la presenza nel Sistema, nella progettazione dei propri percorsi formativi ha dovuto tenere conto degli assi culturali, anche a costo di perdere alcune sue caratterizzazioni.

Valutare per competenza significa guardare gli studenti a tutto tondo, in una visione olistica.
Come ci insegnano Lyle e Signe Spencer una competenza è complessa e si compone di cinque elementi:
  1. la spinta motivazionale
  2. le caratteristiche caratteriali
  3. l'immagine di sè
  4. le conoscenze
  5. le abilità a svolgere un dato compito

Per questa ragione non ci si può fermare ad una didattica fatta di informazioni e sganciata dal contesto di riferimento. La didattica per competenze impone che si progetti e si personalizzi, per rispondere alle necessità di ognuno relativamente alle attitudini che gli sono proprie. Chi ha la responsabilità educativa e formativa non può dimenticare che ogni apprendimento deriva dall'esperienza, e come dice Michele Pellerey ogni esperienza si accompagna ad una sfida.

Come alcuni ricercatori americani dell'Università di Rochester hanno teorizzato, le persone hanno l'esigenza di sviluppare e coltivare competenze per trovare motivazioni. Se ci si sente competenti facilmente ci si impegna maggiormente e di conseguenza il livello della prestazione sale.
Ma attenzione a non confondere la prestazione con la competenza!

Come Bruno Bara nel suo libro Pragmatica cognitiva chiarisce:

competenza è l'insieme delle capacità astratte possedute, prestazione è l'insiema delle capacità effettivamente dimostrate da un sistema in azione, desumibili direttamente dal suo comportamento in una specifica situazione.


Essere competenti significa saper attingere alle proprie risorse interiori, a partire dall'esperienza per far tesoro del proprio fare, che si traduce in quella Virtù che Aristotele aveva posto come condizione per la razionalità pratica nell'Etica a Nicomaco.

In sintesi il mio saper fare deriva e dipende dal mio saper essere.
I ragazzi hanno bisogno del nostro aiuto per coltivare le proprie Virtù.
Ma le Virtù non sono misurabili in decimi come il nostro Ministero ci chiede.

Quindi come la mettiamo?

martedì 4 maggio 2010

Dal Ministero: il modello per la certificazione delle competenze



E così arrivò il Decreto...attraverso la circolare regionale n.141

Si tratta dell'indicazione, da parte di Mariastella Gelmini, dell'adozione del modello di certificazione dei saperi e delle competenze relative all'assolvimento dell'obbligo di istruzione nella scuola secondaria superiore.

La novità è che finalmente Istruzione e Formazione Professionale dovrebbero parlare una lingua comune, perchè il modello è lo stesso
allo scopo di garantirne la confrontabilità
[come si dice nelle indicazioni allegate la circolare].

Pari dignità dunque [davvero?]

Sorpresa: i discenti sono per entrambi i sistemi studenti e studentesse...mentre fino a poco tempo fa per la Formazione Professionale si parlava di allievi! [segnale o distrazione?]

Qualche contraddizione: chi lo dice al Ministero che le competenze non si misurano in decimi?


domenica 11 aprile 2010

siamo tutti post adolescenti


IL FUTURO COME MINACCIA


L'adolescenza è una creazione della società occidentale, che privata dei riti di passaggio, ha sentito la necessità di creare un periodo che possa identificare l'età di passaggio all'età adulta.

Ci ha insegnato Howit che

l'obiettivo di tutti i momenti di questa cerimonia è di introdurre un mutamento brusco nella vita del novizio; il passato deve essere separato da lui con un intervallo che non potrà mai più riattraversare. La parentela con la madre, nel ruolo di bambino, viene bruscamente spezzata e, a partire da questo momento, egli resta legato agli uomini. deve abbandonare tutti i giochi e gli svaghi dell'infanzia. Egli diventa così un uomo preparato, consapevole dei doveri chegli competono in qualità di membro della comunità.

Il rito di iniziazione dava un riconoscimento in quanto parte della comunità: essere adulti significava essere responsabili non solo di se stessi, ma dell'intera comunità.

La società post-moderna non si può accontentare di un rito, ma soprattutto l'adolescente perde la sua categorizzazione di bambino senza acquisire ancora quella di adulto. Questo accade perchè siamo immersi in una società che vuole essere giovane: questo confonde l'adolescente che si trova ad e desiderare le stesse cose dei propri genitori. Provocatoriamente si può dire che siamo tutti post-adolescenti [e mai saremo adulti davvero].

Ma si può essere giovani senza avere intorno dei vecchi?

Come dice Jean Guillaumin in "Essais psycanhalityques"

il giovane adulto, dopo che da adolescente è riuscito a staccarsi dagli oggetti infantili, dovrebbe riuscire a introiettare gli oggetti genitoriali divenuti "morti viventi".

Ma i nostri ragazzi si ritrovano ad avere gli stessi interessi dei genitori e ancor peggio dei nonni.

Chi dovrebbe essere adulto rappresenta in realtà la caricatura dell'adulto come eterno adolescente.

Una società che vuole essere giovane ad ogni costo è una società che non sa più mettere i confini, che non riconosce il valore dell'esperienza e soprattutto non sa dare radici.

In questo contesto viene fatta l'apologia della flessibilità, perchè nessun adulto [non esistendo più il vero adulto!]vuole occupare il posto dell'Autorità, nessuno può assumersi la responsabilità di dire non tutto è possibile!

Come dice Benasayag gli adolescenti rappresentano il feedback patogeno di adulti narcisisti che non sanno dire no.

Questa eccessiva flessibilità porta a rinnegare il valore di comunità e a un inevitabile isolamento. Lo dice il buon senso, lo dice la teoria scientifica, ma lo dicono anche i dati che lo studio HBSC [studio sui comportamenti dei giovani in ambito sanitario dei giovani in età scolare] ci presenta.
La ricerca è svolta in 41 paesi europei.

Per quanto riguarda i ragazzi italiani la vera emergenza messa in evidenza dallo studio è proprio la mancanza di rete sociale a cui l'adolescente può rivolgersi

Il senso di appartenenza è spesso virtualizzato, ma fondamentalmente i ragazzi si sentono soli non considerando risorsa i genitori, ma nemmeno la scuola e i pari.[siamo al 37° posto]

Allora bisogna ricostruirla questa comunità, come luogo di conflitto e di promozione del cambiamento, del ragionamento. Dove c'è conflitto, c'è crescita.

Dobbiamo dare ai ragazzi le competenze perchè imparino ad adattarsi ai cambiamenti e possano evolvere allo stato di adulto. L'Organizzazione Mondiale della Sanità propone da molto tempo le life skill, ma noi italiani ...forse possiamo prenderci il lusso di dire che sono più importanti le nozioni, i programmi mai rinnovati e il voto in condotta...

E' meglio non rischiare...
anche se una società che non rischia mette in pericolo la gioventù!

domenica 12 luglio 2009

Un buon capo lo deve sapere!




LA PROFESSIONALITA'...SPECCHIO DELL'ANIMA?

Ripensando alle riflessioni fatte l'altra sera sull'identità professionale è stato inevitabile provare a soggettivare un po' l'argomento.

Dimmi che lavoro fai e ti dirò che sei.

Mi rendo conto che l'incipit può sembrare banale e forse per certi versi poco applicabile. Ma ho voglia di pensare per un attimo a chi per sua fortuna si occupa professionalmente di ciò che l'appasiona.

La nostra identità si filtra inevitabilmente anche attraverso ciò che quotidianamente siamo in pubblico. La professionalità è spesso lo specchio di ciò che si è nella complessità dell'essere individui. La motivazione è tanto più alta quanto più la nostra identità è riconosciuta e stimata.

Se si vuole ottenere il meglio dai propri collaboratori bisogna essere bravi a credere in loro, ma ancora di più ad essere strumento per accrescere la loro autostima. Un buon capo in sostanza deve sapersi donare in dimensione didattica, una didattica socratica capace di estrapolare il meglio di ognuno.

La costruzione dell'identità professionale del singolo deve essere vista come un processo che può avere esiti diversi a seconda dei contesti, delle opportunità e ovviamente delle caratteristiche personali. [Bisogna essere bravi a cogliere i momenti e questo è solo l'Individuo che può farlo!]
L'input è dato dalle esperienze pregresse, l'output è il successo che è mediato dal riconoscimento.

Se l'identità professionale è la risultante delle esperienze pregresse il pensiero corre all'importanza dell' apprendimento informale. [Anche in una conversazione alle macchinette del caffè con i colleghi posso acquisire saperi, arricchirmi e quindi costruire la mia rete personale di competenze]

Un buon capo sa riconoscere tutto questo, sa che ci sono strumenti di lavoro alternativi, canali informativi poco istituzionali, che l'apprendimento è sinonimo di miglioramento continuo [anche in versione Iso] e che le relazioni possono essere il fulcro dei risultati. Un buon capo sa che non ci possono essere risultati se non c'è alla base di tutto uno spirito di condivisione tra le parti e per le parti.

Un buon capo tutto questo lo deve sapere!

giovedì 9 luglio 2009

Apprendimento informale...chi me lo riconosce?

Ho già parlato in questo contenitore del concetto di lifelong learning che non può essere scisso dal concetto di apprendimento informale .

Personalmente credo sia importante per ogni singolo individuo prendere coscienza che la propria Formazione [e a volte anche di livello decisamente qualificato] passa anche, e soprattutto attraverso la quotidianità.

Anche occupandomi del blog acquisisco competenze, che saranno spendibili nell' approccio alla vita, ma anche alla mia professionalità.

Dietro l' apprendimento informale stanno tutte quelle declinazioni delle conoscenze che hanno luogo fuori dal sistema scolastico tradizionale.
La Commissione Europea definisce l'apprendimento permanente
qualsiasi attività di apprendimento avviata in qualsiasi momento della vita, volta a migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze in una prospettiva personale, civica, sociale e/o occupazionale.


Sono soprattutto le competenze trasversali a nutrirsi delle rielaborazioni informali, quelle competenze che rendono l'individuo autonomo nel diagnosticare, risolvere dei problemi e nel relazionarsi col mondo esterno.
[anche il buon vecchio Vygostskij vedeva l'apprendimento come un processo essenziale per l'individuo che mettendolo in relazione con le persone gli permette di imparare ogni qual volta prenda parte attiva alle pratiche quotidiane]

E come si può non ricordare la necessità di fare rete!

L'apprendimento è frutto delle connessioni, degli intrecci che le reti dei microsistemi che frequentiamo formano. Questa riflessione porta inevitabilmente ad una riflessione successiva: connettersi con il mondo, fare rete e rielaborare i risultati degli intrecci portano dritti al cambiamento [a quell'evoluzione che mi piace tanto!]

E' importante, però riconoscere che alla base di queste evoluzioni c'è sempre un processo soggettivo di acquisizione di competenze, da qui la necessità di poterle certificare!

L'Europa ha cominciato nel 1989 ad affrontare la questione, anche in una accezione di mobilità delle risorse umane, chiedendo ai paesi membri di definire principi comuni per il riconoscimento dell'apprendimento informale.
E' una vera e propria rivoluzione rispetto al vecchio concetto di pezzo di carta all'italiana...

La Francia è arrivata per prima...ma questa è un'altra storia...

Da poco, pochissimo anche Noi ci siamo! [con il Decreto n.174 del 2001 ma attarverso il DGR n.152-3672 2006 per il Piemonte, perchè la certificazione delle competenze è svolta dalle Regioni]

Ma con quanta fatica! [...]
Non c'è una vera e propria condivisione di Principi e Procedure tra i diversi sistemi.
Perchè è la solita storia: le lotte di quartiere! Lotte in cui a rimetterci è solo e unicamente il cittadino, l'allievo...nel suo desiderio di crescita e di evoluzione.

Ma la Società della Conoscenza deve poter contare sulla volontà di superare i quartieri e riconoscere la pari dignità fra i soggetti.

Quanta strada ancora!