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martedì 11 maggio 2010

Dalle passioni tristi ...alle passioni gioiose, per una Nuova Società

Condivido alcune riflessioni e sollecitazioni [i miei appunti] che sabato 8 maggio a Pinerolo, Benasayag ospite di Pensieri in piazza ha regalato alla platea.

Il tema affrontato, in linea con la manifestazione di quest'anno, era Paura e Libertà.

  • La libertà è stata identificata con l'idea del mondo possibile: una promessa! L'Uomo si è pensato nel corso dei secoli come una marionetta a cui venivano mossi i fili, che nel tempo ha pensato di affrancarsi imparando a muoverli [quei fili] ma al posto di trovare la promessa, si è trovato una dipendenza totale.

  • La nostra società ha concepito il concetto di futuro, topologizzando il tempo...considerandolo come un linea retta e senza curve: il futuro come un'autostrada. Il futuro della società moderna è considerato in maniera totalmente negativa, una minaccia.

  • Un tempo la Libertà era associata al Dominio e al Potere sulla Natura: l'Uomo si sentiva libero di usare e modificare la natura a proprio uso e consumo.

  • Accettare che il futuro non deve essere scoperto, nella consapevolezza che esiste una combinazione di potenzialità e che nulla può essere preordinato e programmabile, è molto duro per un uomo del Presente.

  • L'Uomo del Presente non è più in grado di gestire il negativo [di accezione hegeliana], ne ha perso il valore positivo, che ne faceva un elemento che che poteva mostrare la strada.

  • Bisogna riconquistare e riappropriarsi della promessa anche se questo vuol dire gettare le persone nell'impotenza e nel pericolo.

  • L'Uomo si crede libero perchè ignora le sue catene, non ne conosce le origini e la sostanza. Acquisire consapevolezza delle proprie catene è un passo fondamentale per inizare il cammino verso la Libertà. Riappropriarsi della Speranza è un ulteriore passo in avanti, poichè l'Uomo del presente vive la Speranza come una passione triste [Spinoza] che gli impedisce di vivere con leggerezza l'attesa dell'avvenire, gettandolo [appunto] in un cinismo senza speranza!

  • La società ha bisogno di passare dalle passioni tristi a quelle gioiose, perchè la democrazia non è sufficiente da sola per risolverne i problemi.

  • Non sono i tecnici come intendeva Platone [La Repubbica] a potersi occuppare della società, perchè la tecnologia modella il nostro mondo e la sola struttura democratica non è sufficiente per affrontare certe questioni.

  • Così come un approccio sofista [e qui l'occhiolino di Benasayag con ammiccamenti alla vita politica italiana ha destato l'ironia del pubblico] che convince le folle non può portare a nulla di buono per il bene ultimo della collettività.

  • Bisognerebbe creare una società che si fondi sulla saggezza popolare: una delle grandi sfide è quella di riappropriarsi delle conoscenze [e conoscere le nostre catene]. Solo riappropriandoci della paura della libertà possiamo anche riappropriarci dei saperi necessari per agire.

Come non pensare a questo proposito alla grande importanza che ha l'insegnamento delle cosiddette competenze trasversali per i nostri ragazzi, quelle che li aiutano a diventare cittadini, che li portano alla consapevolezza di un saper essere, senza il quale non ci può essere un saper fare spendibile in toto.

Dovremmo imparare a pensare l'Uomo nella sua complessità.

Per usare una metafora mi viene da dire che forse i nostri ragazzi non hanno bisogno di tecnici, ma di qualcuno che sappia farsi mediatore delle passioni gioiose. Accanto alla letteratura, alle scienze devono poter affrontare il saper vivere che si esprime in quella conoscenza delle catene di cui parla Benasayag. Dobbiamo imparare a mettere in pericolo in nostri ragazzi, le nuove generazioni, se vogliamo costruire una società forte e consapevole che non cada nel senso di onnipotenza che rende ..tristi.

Solo guardando le nuove generazioni in tutti gli aspetti, in tutte le caratteristiche senza pregiudizi si potrà cogliere l'origine del cammino verso la promessa.
E' necessario rischiare. Il rischio è aiutarli ad essere liberi.

giovedì 6 maggio 2010

Tra competenze e prestazioni...



ritornando alle competenze...
La scuola italiana si sta riformando a piccoli passi, a singhiozzo e tra le contraddizioni. Nel 2007 Fioroni con il famoso decreto di fine agosto ci aveva propinato gli assi culturali, mettendo l'accento su una modalità fondata non più sui saperi, sulle nozioni di una scuola vecchia e monotona, ma piuttosto sul saper fare, sul contestualizzare, codificare, digerire le conoscenze affinchè possano diventare competenze.
Grazie agli assi culturali si sono declinati quelli che dovrebbero essere gli standard di appredimento attraverso conoscenze, competenze e abilità.

Sicuramente questo sistema obbligherebbe a sganciarsi dai vecchi programmi la cui scarsa validità didattica è garantita. La Formazione Professionale per assicurarsi la presenza nel Sistema, nella progettazione dei propri percorsi formativi ha dovuto tenere conto degli assi culturali, anche a costo di perdere alcune sue caratterizzazioni.

Valutare per competenza significa guardare gli studenti a tutto tondo, in una visione olistica.
Come ci insegnano Lyle e Signe Spencer una competenza è complessa e si compone di cinque elementi:
  1. la spinta motivazionale
  2. le caratteristiche caratteriali
  3. l'immagine di sè
  4. le conoscenze
  5. le abilità a svolgere un dato compito

Per questa ragione non ci si può fermare ad una didattica fatta di informazioni e sganciata dal contesto di riferimento. La didattica per competenze impone che si progetti e si personalizzi, per rispondere alle necessità di ognuno relativamente alle attitudini che gli sono proprie. Chi ha la responsabilità educativa e formativa non può dimenticare che ogni apprendimento deriva dall'esperienza, e come dice Michele Pellerey ogni esperienza si accompagna ad una sfida.

Come alcuni ricercatori americani dell'Università di Rochester hanno teorizzato, le persone hanno l'esigenza di sviluppare e coltivare competenze per trovare motivazioni. Se ci si sente competenti facilmente ci si impegna maggiormente e di conseguenza il livello della prestazione sale.
Ma attenzione a non confondere la prestazione con la competenza!

Come Bruno Bara nel suo libro Pragmatica cognitiva chiarisce:

competenza è l'insieme delle capacità astratte possedute, prestazione è l'insiema delle capacità effettivamente dimostrate da un sistema in azione, desumibili direttamente dal suo comportamento in una specifica situazione.


Essere competenti significa saper attingere alle proprie risorse interiori, a partire dall'esperienza per far tesoro del proprio fare, che si traduce in quella Virtù che Aristotele aveva posto come condizione per la razionalità pratica nell'Etica a Nicomaco.

In sintesi il mio saper fare deriva e dipende dal mio saper essere.
I ragazzi hanno bisogno del nostro aiuto per coltivare le proprie Virtù.
Ma le Virtù non sono misurabili in decimi come il nostro Ministero ci chiede.

Quindi come la mettiamo?

mercoledì 14 aprile 2010

Aristotele al Grande Fratello

L'epoca dell'individualismo si declina nell' incapacità a riconoscere riferimenti e risorse negli altri, pari e non.
Le abitudini, gli interessi declinano l'individualismo mostrando raramente quel lato positivo che potrebbe essere intravisto nella personalizzazione [elemento prezioso per l'apprendimento].

Si è perso il senso di Comunità, la Rete Sociale si è modificata e persino il processo catartico dell'uomo ha subito un'evoluzione.

Aristotele ci ha insegnato che l'uomo si purifica dalle passioni, le razionalizza per recuperare un certo equilibrio psichico grazie all'Arte, nella forma della Tragedia. Di fronte alla Tragedia l'uomo si interroga rispetto ai dilemmi esistenziali, specchiandosi nei protagonosti si riconosce in vizi e virtù.
La mediazione tra il pubblico e i protagonisti è rappresentata dal Coro, che è neutrale rispetto ai personaggi, non giudica. E Nietzsche aggiunge
"questo coro dà consolazione al greco profondo, sensibile alle sofferenze più sottili e pesanti, che con sguardo tagliente ha contemplato sia l'orribile processo distruttivo della cosiddetta storia universale sia la crudeltà della natura..."


Il Greco era costretto ad andare a Teatro, perchè ritenuto politicamente strategico ed educativo.
L'uomo della società globalizzata è costretto allo zapping televisivo, come abitudine e status. C'è stato un tempo in cui anche la tv si è fatta strumento educativo, ma ormai il palisensto generalista ha avuto la meglio su programmi dall'eleganza di "Non è mai troppo tardi".

Facendo della facile sociologia una società che ha disimparato a fare rete ha bisogno di declinare antichi strumenti in ciò che il post-modernismo ha confezionato.

L'eroe è il borgataro espulso da quella società individualista che non si riconosce più negli ideali di fabbrica e protesta, proprio perchè è la fabbrica ad essere in crisi ancora prima della protesta.
Il teatro è il reality show , il giusto setting per accogliere ansie di successo a partire da ciò che ogni individuo comune può offrire: se stesso, con le proprie debolezze e le proprie caratteristiche a prescindere dai talenti.
Il coro è rappresentato dagli opinionisti, che partecipano della vita dei protagonisti facendo da voce narrante e razionalizzandone le passioni e gli impulsi. [tornando a Nietzsche:" questo processo del coro tragico è il fenomeno DRAMMATICO originario: vedere se stessi trasformati e operare come se davvero si fosse migrati in un altro corpo, in un altro carattere"]

Come dice Paolo Fabbri la tv del reality show è
caratterizzata non dall'offerta di informazione e fiction ma dalla "tecnologia della relazione". Da oggetto gerarchico, passaggio di sapere e distrazione e rubinetto di immagini per spettatore passivo e cittadino immaturo, la TV è diventata un medium per handicappati relazionali molto attivi nello zapping.

Una società che si è deteritorializzata, cerca il suo territorio, la sua comunità attraverso piccoli e semplici simili da ergere a eroi, per sublimarsi nelle loro storie e nei loro successi.
La vera novità è che il pubblico è complice, il Deus ex machina dela format televisivo: per dirla come Mezza avanza una nuova categoria, quella degli Spettautori.

Ci si identifica nell'uomo qualunque che sta abbracciando la possibilità di diventare famoso..e ricco: ecco la Mimesi, perchè l'uomo fin da bambino ha necessità di imitazione. Si imita per conoscere, per apprendere e per emulare.
Una società povera di valori fa dell'emulazione il motore.

Che avessero ragione Platone prima e Rousseau poi?
Che l'Arte sia diseducativa perchè distoglie l'uomo dalla realtà, mostrandogli qualcosa che non è e che non sarà per lui?
Che sia parte di una strategia politica di chi i media li governa e ne trae profitto? [una società destrutturata non si rivolta e si fa condurre]

Ma perfortuna alla categoria di Arte non risponde solo la tv!

domenica 31 maggio 2009

L'Ospite inquietante-nichilismo, la malattia dei nostri ragazzi

Quando al liceo ho affrontato Nietzsche per la prima volta una vera e propria antipatia mi ha assalita, indipendente dal dovere di studentessa. Questo nichilismo mi risultava davvero difficile da comprendere e condividere.
Ora che mi occupo di questioni riguardanti ragazzi dell'età in cui io provavo a capire di filosofia [ma i ragazzi di cui mi occupo non vogliono saperne di filosofia!], mi viene il dubbio che quel nichilismo così antipatico, in qualche modo mi sia appartenuto.

L'ospite inquietante, ci insegna Galimberti, si aggira tra i giovani e li annienta!
Questa è una chiave di lettura interessante, perchè ci mette al riparo dal dubbio di dover trovare un nome al malessere dei giovani. Ciò di cui soffrono non afferisce alla sfera dell'esistenziale, non è un problema riferito all'ego in rapporto al mondo. I giovani stanno male perchè la crisi che si è insinuata in loro è culturale!
Mi viene spontaneo cercare di immaginare come la Scuola che si sta profilando [nell'immediato futuro ahimè] possa intervenire e rielaborare la mancanza di valori in cui il mondo giovanile si declina. Quando parlo di mancanza di valori, non voglio parlare in termini moralistici, piuttosto mi riferisco proprio alla svalutazione di quei valori che per secoli hanno funzionato come strumenti di coesione sociale. Come dicono i filosofi, se cambiano le epoche è normale che i valori si svalutino, perchè fenomeno tipico della Storia; [ma] non è normale che i valori non vengano sostituiti, perchè questo vuol dire che manca uno scopo.
Sì, i ragazzi con cui mi confronto quotidianamente spesso non vedono lo scopo. Non hanno più il tempo di desiderare [siamo nell'epoca del tutto e subito!], ma è il desiderio che alimentandosi di mancanza costruisce l'Uomo [ senza il desiderio non ci si può costruire un'identità].
Come è possibile indicare lo scopo e far scoprire la gioia del desiderio?
Ancora una volta si affaccia l'ombra [ma a me piace chiamarla Forza] della Cura, che passa anche attraverso l'educazione emotiva.
Allora mi viene da dire che ogni volta che ci si sorprende dell'apatia di alcuni giovani, bisognerebbe fare lo sforzo di andare oltre e cercare la relazione, perchè quell'indifferenza emotiva che tanto ci stride può essere curata solo con la comunicazione.
E' il carisma di cui ci parla Pennac che può fare la differenza![Platone ci diceva che si impara per plagio!]
Purtroppo sappiamo che i docenti in Italia vengono selezionati solo su basi culturali, nozionistiche: la capacità di comunicazione non viene minimamente testata. [quando affronteremo seriamente questa discrasia?]
Il sentimento si allena nella palestra della Lettaratura. Per usare un linguaggio attuale, la Lettaratura, paradigma della Vita, crea competenze emotive. Ma la nostra scuola si sta tecnicizzando... Mi chiedo: che ne sarà del sentimento? che ne sarà della sofferenza dei nostri ragazzi?
Il metodo per trasmettere il sentimento, e combattere l'ospite inquietante, ce lo ha insegnato Socrate: parlare e parlare! ma la nostra scuola è fatta di tempi sempre più burocratici e sempre meno adatti all'accoglienza, al dialogo.
La nostra scuola spesso non conosce ciò che differenzia l'Educazione e l'Istruzione.
L'Istruzione non supera il nichilismo, forse se ne nutre, l'Educazione cerca di risvegliare e consentire ai giovani di dischiudere il loro segreto, spesso a loro stessi ignoto [Maurizio Mancuso].
Ecco che si profila all'orizzonte lo scopo e il futuro può prendere forma: oltre il nichilismo!