venerdì 8 maggio 2009

Diario di scuola [potenziale pericolo?]

L'approccio che ho avuto con "Diario di Scuola" di Daniel Pennac è stato di iniziale diffidenza.
L'ho acquistato subito, appena è uscito in libreria. [L'impazienza ha imposto e l'impulso ha agito]. Ho pensato che lavorando nel settore educativo non potessi restare indifferente a quel tipo di prodotto.
E' rimasto mesi in libreria, tra i libri vissuti, a fermentare...ne temevo la lettura, questa è la verità. Pensavo che leggerlo durante l'anno formativo potesse essere pericoloso.
L'estate e la distanza da ragazzi e colleghi, dalle riunioni e dalle discussioni [non sempre condivise dai colleghi] sul successo formativo e sulla personalizzazione degli interventi educativi mi ha permesso di riavvicinarmi [sempre con diffidenza, però!] al libro.
La diffidenza presto ha lasciato il passo, pagina dopo pagina, al coinvolgimento. Mi sono sentita parte di esso, sia dal punto di vista del "somaro" [protagonista indiscusso], sia dal punto di vista dell'insegnante [I prof ci fanno uscire di testa!] nella sua accezione negativa e positiva ad un tempo.
Il somaro di Pennac è quel ragazzo che ha bisogno della Cura per non disperdersi, che ha bisogno di essere considerato come una cipolla dall'insegnante, affinchè possa essere "toccato" dall'apprendimento sotto i suoi mille strati.
L'evoluzione del somaro avviene solo ed unicamente attraverso l'Amore. L'amore di cui parla Pennac ha diverse facce; si tratta di quella passione comunicativa per la materia che permette l'apprendimento inconsapevole da parte dei ragazzi, perchè accompagnato da un sentimento di generosità intellettuale; e si tratta dell'amore inteso come approccio relazionale ai ragazzi [per intenderci I care di don Milani].
La Responsabilità che Pennac consegna nelle mani degli insegnanti è davvero grande, lasciandoci intendere che il successo [l'evoluzione dico io, la presenza dice Lui] degli allievi dipende strettamente dalla presenza fisica, intellettuale, e mentale dell'insegnante per tutta la durata della lezione. Insegnare non può prescindere dalla convinzione che nessuno è condannato a essere per sempre una nullità, come se avesse mangiato una mela avvelenata! Non siamo in una fiaba, vittime di un incantesimo! Insegnare è farla finita con il pensiero magico, fare in modo che a ogni lezione scocchi l'ora del risveglio!
Il risveglio è la condizione necessaria affinchè i ragazzi si persuadano che in loro c'è del buono, della potenzialità, affinchè possano sconfiggere la vergogna di non fare mai la cosa giusta [Lo studente che va male, non ha mai la sensazione di essere ignorante. Io non mi trovavo ignorante. Io mi trovavo coglione.]
Mi sembra che la centralità dei ragazzi debba essere accompagnata dalla centralità dell'insegnante, perchè così è possibile instaurare il rapporto di fiducia che permette il processo di apprendimento e il superamente della paura di crescere.
Nessuno è predestinato a essere un ignorante perpetuo...ricordarlo è dovere di chi educa/forma/insegna. Ora sono convinta che ricordarlo non sia pericoloso!

2 commenti:

  1. Elisa Occhetti11 maggio 2009 14:18

    Ciao Lia,
    ho letto anche io "Diario di scuola" di Pennac per il semplice motivo di essere un'appassionata fan dell'autore. A parte la passione per Malaussene e famiglia, penso che "Diario di Scuola" sia una lettura quasi obbligatoria per chiunque si occupi di pedagogia. Mi aveva colpito enormemente il brano che descriveva la migrazione delle rondini: gli uccelli che passavano per la camera da letto dell'autore e durante il passaggio alcune si schiantavano contro il vetro della finestra. Penso che il paragone alla pedagogia sia molto efficace. Il mio ragionamento in merito è questo: tante volte noi (come formatori, insegnanti, ecc.) pensiamo con fatalità al fatto che "quest'allievo proprio non ce la fa, pazienza!", ma non è un segno di resa? Non significa accettare palesemente una nostra sconfitta?
    buon lavoro!

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  2. I nostri limiti a volte sono un bel confronto col mondo esterno e dovrebbero essere stimolo per la riflessione. Ma bisognerebbe aver voglia di "camminare e crescere"

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