Visualizzazione post con etichetta integrazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta integrazione. Mostra tutti i post

lunedì 27 giugno 2011

Un Siciliano al villaggio


Se non fosse stato per il sole dagli effetti fatali per la lunga attesa avrei scritto ieri sera, subito dopo il magico incontro in una piazza della capitale dei Valdesi.
Già perchè ieri, domenica 26 giugno alle ore 17.30 Torre Pellice ha conferito la cittadinanza onoraria a Andrea Camilleri. La ragione, ha detto il sindaco Claudio Bertalot, sta nei 150 anni dell'Unità d'Italia, perchè Camilleri con la sua scrittura ha saputo riportare la Sicilia in Italia. La Val Pellice è un territorio frontaliero e i suoi abitanti sono abituati ad una politica di accoglienza da sempre.

Il momento è stato davvero speciale, Camilleri emozioanato e riconoscente di poter essere parte di una comunità tanto originale
Io sono onorato- ha detto- con questa cittadinanza mi avete detto: vogliamo tu sia dei nostri, non c'è premio migliore.


E' stato bello sentire così tanta partecipazione del pubblico e così tanta emozione a condividere le belle parole che lo scrittore ha riservato per la comunità di Torre, definita
uno straordinario esempio di convivenza che dovrebbe essere conosciuto dagli italiani di oggi...che hanno paura di condividere il proprio orticello...

e ancora:
a questa nostra Italia un po' di iniezione di sangue valdese non farebbe male.

E' stato un pomeriggio ricco di cultura, altezza morale, ma soprattutto semplicità. Una semplicità che sarebbe bello poter ritrovare più spesso in questa Italia, che come ha detto il traduttore di Montalbano in Francia Serge Quadruppani , deve ancora cacciare il suo Napoleone III.

Una semplicità il cui sinonimo diventa ricchezza. Una ricchezza che si declina non solo nei suoi 79 libri pubblicati, ma anche e soprattutto nei valori che con quella lingua un po' inventata complice nell'aver ridato lustro al siciliano, Camilleri riesce a trasmettere.

Cosa vi posso dire di più per farvi intuire l'aria che si è respirato ieri pomeriggio?
Beh, come si fa a non amare uno scrittore che dice di mettersi a scrivere solo dopo essersi sbarbato, per rispetto alla scrittura?

Scrivo sotto dettatura di me stesso. E se non ho nulla da scrivere, scrivo lo stesso, anche solo una lettera a qualcuno incontrato per caso qualche giorno prima, per mantenere l'esercizio.

Gli applausi che ha strappato al pubblico sono stati tanti, ma l'ultimo, quello di saluto particolarmente caloroso. Mi sono ritrovata ad applaudire con gli occhi inumiditi dalla commozione.

Ieri avrei voluto essere anche io residente a Torre Pellice.

mercoledì 27 ottobre 2010

Nel mare ci sono i coccodrilli...aspettando un incontro


Non vuole essere una recensione la mia, ma semplicemente la condivisone di alcune emozioni.

Non sarà una sintesi della trama, non avrebbe senso. La vita di un uomo non può ridursi in trama.

“Nel mare ci sono i coccodrilli” racconta di un gesto d’amore che nasce da una buca, di un abbandono che è salvezza; racconta di un un viaggio che ha regalato amici e una rivelazione:
nel mare i coccodrilli non ci sono, ma i coccodrilli si possono trovare ovunque.

Non servono molte parole per parlare dell’ultimo libro di Fabio Geda, forse ne basta una sola: Speranza. Infatti una sensazione positiva mi ha pervasa per tutta la lettura del libro, nonostante il racconto fosse tutt’altro che felice e forse, a tratti lasciasse qualche spazio di inquietudine.
Ma l’ottimismo con cui Geda ha saputo mediare la vita e il racconto di Enaiatollah è lo strumento che permette la lettura senza alcuna fatica emotiva. Anche quando la storia prende le pieghe peggiori, c’è sempre lei, la Speranza che prende per mano il lettore quasi a tranquillizzarlo, come a dire: se ce l’ha fatta lui...per te è una passeggiata.
La storia di Enaiatollah è accompagnata da persone positive, non innumerevoli, ma è un ritorno costante. Tanto costante da imprimersi nella sensibilità di chi legge. Ciò che solleva è che la storia è vera e se è vera, sono vere anche le persone positive: questa è la Speranza.
“La signora è importante per quello che ha fatto. Non importa il suo nome. Non importa com’era la sua casa. Lei è chiunque. Chiunque si comporti così”


Il libro è pieno di spunti di riflessione che spaziano dall’antropologia, alla sociologia, dalla politica, all’economia: è la storia di un piccolo uomo che ha bisogno di respirare, come egli stesso dice:
“Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare. E’ così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento.”
Ed è attraverso questa ricerca di ossigeno che il racconto si fa formativo ed educativo; attraverso il passaggio dall’infanzia all’adolesceza di Enaiatollah cresce la consapevolezza di chi legge rispetto a tematiche che ci appaiono lontane sia fisicamente sia moralmente.
Paradossalmente mi piace pensarlo dedicato agli adulti...[ma facciamo in modo che i ragazzi lo leggano]


Per chi volesse approfondire presso il circolo Stranamore a Pinerolo il 3 novembre 2010 alle ore 20.45 ci sarà un incontro con Fabio Geda.

giovedì 20 maggio 2010

I respinti di strada

Piacevole incontro quello con il libro "I respinti sulla strada" e Sensibili alle foglie allo Stranamore di Pinerolo mercoledì 19 maggio.

Chi sono i respinti sulla strada?
Sono degli Invisibili...

Renato Curcio con semplicità, rispetto e discrezione ha raccontato i risultati di una ricerca sociale su Qualcuno di cui si parla poco, di cui non si può parlare, perchè parlarne significa dover ammettere delle lacune istituzionali.

Si tratta di minori, migranti senza alcun rapporto con gli adulti e le istituzioni, il cui contesto di riferimento è quello delle grandi città.

La ricerca sociale che ha portato alle stampe il libro ha visto come protagonisti 40 ragazzi migranti minori e la sollecitazione degli operatori di Belleville, centro diurno della periferia milanese. Il metodo è stato quello che caratterizza Sensibili alle foglie, senza gli strumenti tipici della ricerca sociale istituzionale, ma il racconto di storie.

Raccontare e studiare di questi ragazzi invisibili ha puntato i riflettori su un vuoto istituzionale che non prevede le strutture di accoglimento previste dagli accordi internazionali. Unica alternativa per questi ragazzi: la strada.

Ma chi sono? Curcio ci parla di quattro tipologie di minori migranti dando loro un volto:
  • volto triste: chi scappa dal proprio paese a causa della guerra. Non è l'Italia a interessare, ma la sua posizione strategica dal punto di vista geografico, sulla rotta Ancona/Patrasso
  • volto denutrito: chi lascia paesi dove le economie della sopravvivenza sono state devastate [come la Nigeria ad esempio dove l'Agip ha privato dei pesci un popolo che si sosteneva di pesca]
  • volto sorpreso: chi è mosso dalla speranza di trovare qualcosa che non trova nel proprio paese, che per sentito dire potrebbe rappresentare il benessere, ma che spesso si trasforma in una illusione migratoria.
  • volto determinato: chi vuole riposizionarsi nel mondo. Si tratta di giovani talenti, agguerriti, avanzati consapevoli di cosa stanno cercando e di cosa troveranno. Conosco molto bene il mondo in cui si sposteranno perchè l'hanno studiato nei minimi particolari anche sul web.
I ragazzi respinti sono consapevoli dei propri diritti, molto preparati e spesso con una cultura avanzata rispetto ai coetanei; sono pienamente coscienti che le istituzioni sono manchevoli nei loro confronti e per questo non possono prendere l'adulto come figura di riferimento. E' infatti l'adulto a sfruttarli in un sistema economico perverso e complesso.

Questi ragazzi sono invisibili perchè si mimetizzano, omologandosi ai coetanei della città. Il processo di scomparsa è voluto e organizzato, non si fa gruppo, ma si fa rete.

Restare in rete per i minori respinti significa essere fortemente uniti in qualsiasi parte del mondo ci si trovi, perchè si sentono cittadini del mondo. Il contesto di riferimento non è quello di un territorio locale, ma una dimensione ampia direttamente collegata alle possibilità di lavoro.

Si tratta di ragazzi con competenze elevate a partire dalla propria esperienza [forte scolarizzazione informale].

La fluttuazione irregolare ha determinato per esempio una profonda conoscenza delle regole e delle leggi di ogni paese.
La necessità di fare rete li ha resi decisamente competenti nell'uso delle teconologie [Curcio raccontava che alcuni dei ragazzi intervistati piuttosto hanno rinunciato a mangiare, ma non al telefonino o alla possibilità di una connessione internet].

Si tratta di ragazzi che vivono un presente ultrarapido, coscienti di transitare in un mondo che cambia, che si fa fluido in cui pretendono di collocare la propria posizione.

Il tema del viaggio diventa, grazie a questi Invisibili, quasi qualcosa di sovversivo. Ci viene il dubbio che questi ragazzi vogliano proporre una mondializzazione non selvaggia, ma di incontro.

Incontro non è integrazione. E' molto di più. E' andare oltre al produrre, ma contribuire a costruire una società [anche economica, manon solo]

Ripensare la questione nei termini dell'Incontro è chiarire che il problema riguarda noi e non loro!

[vi consoglio la lettura del libro per entrare nel vivo delle storie]

domenica 21 marzo 2010

Imparare a specchiarsi per accogliere


cosa sgnifica includere?

Al di là degli stereotipi e della demagogia riflettere sull'inclusione e sui risvolti in termini di civilizzazione della società non è impresa semplice.

Cosa ci fa paura dell'Altro? spesso lo chiamiamo diverso, ma a ben guardarlo tale non è: ha la nostra stessa voglia di divertirsi, di imparare, di dignità. Eppure dobbiamo sforzarci per accoglierlo.

Come spesso ho ricordato qui l'Unione Europea non perde occasione per sottolineare l'importanza e la spinta che l'intercultura può rappresentare per una società, chiedendo agli Stati membri attenzione alla questione.

Accade invece che gli Stati, in particolare l'Italia, si esprimano nella propria schizofrenia sostenendo localmente progetti di inclusione decisamente interessanti come la Biblioteca interculturale di Pinerolo, ma allo stesso tempo il Sistema legislativo reagisce con risposte di "accoglienza" decisamente disintegranti tanto da contraddire il diritto alla studio. Abbiamo assistito alla sentenza della Cassazione che non considera la garanzia dell'apprendimento di bambini e adolescenti come prioritaria. Il diritto di un normale processo formativo di un ragazzo viene meno di fronte la salvaguardia della propria torre.

Come possiamo farci promotori di un'educazione alla Responsabilità [chiesta a gran voce da don Ciotti] in un contesto dove sembrano essersi ribaltate le priorità?

Mi vengono in mente le parole di Benasayag:
"L'educazione dei nostri figli non è più un invito a desiderare il mondo: si educa in funzione di una minaccia, si insegna a temere il mondo, a uscire indenni dai pericoli incombenti"


Lo sguardo sull'altro non è inteso come occasione di crescita e arricchimento, ma spesso come occasione per etichettare e declinare dei modelli da escludere o includere a seconda delle situazioni e dei tornaconti. Dietro le etichette si nascondono le insicurezze di una società e di una generazione che vive di stereotipi e di limiti. Perchè non riuscire a guardare oltre ciò che solo apparentemente vediamo ci pone dei limiti, ci fa adottare lo sguardo normalizzante.


Come ci ha insegnato Tiziano Terzani, ogni espressione di ogni civiltà ha il suo perchè e per quanto ci possa sembrare strano chi non si ribella è perchè intimamente non ne trova le ragioni. Ma è difficile per noi occidentali accettarlo, perchè il modello è solo ed unicamente il nostro.

[La libertà ognuno se la deve conquistare per conto suo. Si può aiutare, dare una mano, ma la libertà bisogna conquistarsela da soli. È come scalare le montagne: se si vuol godere di arrivare in cima alla montagna, non è che ci si può mandare un altro, non è che qualcuno ci può portare in cima con un elicottero… Quella montagna bisogna conquistarsela da soli.

Se le donne afghane trovano che il burqa sia qualcosa che offende la loro dignità, scaleranno quella montagna, arriveranno in cima e butteranno via il burqa. Non ci devono essere i paracadutisti americani che glielo vanno a togliere. -da un'intervista a Tiziano Terzani del 2002]



Troppo spesso ci arroghiamo il diritto di guardare l'altro per poter esprimere un potere, poterlo giudicare, analizzare, senza volerne condividere saperi e storie.

Integrare non significa sopportare per acquisire competenze e professionalità inesistenti o scomparse nella nostra società. Mi piace piuttosto la visione di Savater:
"L'emigrazione ci ha resi umani: questo processo di adattamento all'ignoto ha fatto dell'uomo quel che è oggi. E in questo mondo in cui è molto più facile sapere quello che accade altrove è inevitabile avere un alto livello di emigrazione per necessità, per motivi politici, per desiderio di miglioramento. Dobbiamo capire come adattare istituzioni che sono troppo chiuse a una situazione che comporta l'ospitalità. L'ospitalità è una delle grandi necessità della nostra epoca."


Ed è così che chi educa deve aiutare le persone a costruire la propria identità, considerando la conoscenza tacita delle persone* perchè si possa predisporre una società come Talcot Parson la pensava: mediazione tra le condizioni ambientali e il ruolo del soggetto che tra esse si muove, ma a partire dal voler sentire l'altro.

Chi educa deve inisidiare quel desiderio di migliormaneto citato da Savater.

Chi educa deve insegnare che l'altro non si guarda, ma che con l'altro ci si scambia lo sguardo.

Includere significa guardare l'altro per vedere noi stessi.

Gli altri sono il nostro specchio!


*Per conoscenza tacita si intende, in generale, ciò che si conosce, ma non si esprime perché non si può o sarebbe inutile farlo: "possiamo conoscere più di quanto possiamo esprimere" [Polanyi, 1966 ma anche 1958, 1969].

domenica 29 novembre 2009

Riconoscersi...per avere il mondo tra le mani




Cosa vuol dire intercultura?

Anche questo è un argomento racchiuso nel grande contenitore della Pari Opportunità, spesso confuso e stereotipato.

Spiegare cosa voglia dire intercultura ai ragazzi, soprattutto ai ragazzi del fare è più complicato nella teoria che nella pratica.
A guardarli sono l'espressione dell'integrazione inconsapevole. Ad affrontare l'argomento in maniera diretta si professano convinti e orgogliosi razzisti, salmodiando le solite banalità sentite e risentite a casa e attarverso i media. Ma quando li si guarda insieme, nelle loro dinamiche, nei loro discorsi e nei loro giochi...qualcosa risulta stonato e ingenuamente positivo.

Integrare significa riconoscere. Integrarsi significa riconoscersi.

Avete mai provato ad attacare il ragazzo meno popolare di una classe? improvvisamente tutti si sentono in dovere di intervenire in sua difesa...Non è ipocrisia, piuttosto appartenenza. Perchè gli adolescenti hanno un terribile bisogno di senso di appartenenza, di riconoscersi appunto!

E' il mondo degli adulti ad essere sterotipato e pieno di schemi entro cui si pretende di far rientrare i ragazzi.

[Perchè] Se sei straniero, adolescente in uscita dalle Scuole Medie [mi perdonerete se non uso la nuova definizione a cui faccio fatica ad abituarmi] è quasi scontato che la scelta debba essere verso la Formazione Professionale, se hai la fortuna di stare al nord, se invece sei straniero al sud...la tua strada è quella della dispersione. Se poi sei cinese, allora spesso si dà per scontato che la scelta debba essere verso il settore ristorativo.

Il problema è da ricercarsi anche in termini politici, mi riferisco a quelle politiche territoriali che non sempre hanno la sensibilità [o le risorse economiche]per intervenire nelle scuole con i mediatori. [una figura professionale complessa e poliedrica il cui potenziale non sempre è conosciuto]

Il mediatore con una presenza stabile aggiungerebbe valore alle modalità didattiche, favorendo il raggiungimento degli obiettivi che la mission specifica di ogni comunità educativa si pone. Purtroppo spesso si confonde il ruolo del mediatore con un particolare tipo di sostegno, riducendolo a supporto linguistico. Io credo invece che la presenza di un mediatore nelle classi possa giovare non solo agli allievi stranieri, per riportare quella che già il protosogiologo tunisino Khaldun chiamava l'armonia delle intelligenze, la capacità di mettersi nei panni altrui e allontanarsi un po' dal soggettivismo esasperato paradigma della società attuale.c

Accettare e riconoscere presuppone il conoscere.

Intercultura vuol dire anche condivisione. Il conflitto si supera con il piacere di compartecipare ad usanze e culture. Curare l'osmosi delle culture giova allo sviluppo in termini economici, di conoscenza e di professionalità.

La multicultura non arricchisce le società se non si applica all' interculturalità, strategia che ha la potenzialità di creare un substrato comune di dialogo e confronto.

Come dice Pierpaolo Donati
"Per creare un mondo comune fra culture diverse occorre una semantica relazionale del riconoscimento, la quale non può mettere capo nè alle scelte puramente individuali o del mercato, nè ad apparati dello stato. Deve invece essere espressione di un rinnovamento della ragione, ossia deve andare oltre i limiti della razionalità occidentale, superando la contrapposizione tra la razionalità strumentale (propria del mercato) e una vaga razionalità al valore, soggettivo o ideologico..."


Non è forse proprio la messa in atto della semantica del riconoscimento l'inizio di una politica attiva e pedagogica delle nuove generazioni all'accoglienza e alla consapevolezza dell'altro, della differenza come risorsa e strategia?

mercoledì 22 luglio 2009

La Formazione Professionale in nuce...anzi comunale!


Nel 1952 a Pinerolo succedeva così!





Grazie a Federico Ferro della Società Mutua Pinerolese sono venuta in possesso di alcuni interessanti documenti sulla formazione professionale pinerolese degli anni '50.

Il 29 dicembre del 1952 presso la sala consigliare di Pinerolo si teneva una "pubblica riunione per spiegare ai Sig. Artigiani [...] le finalità e gli scopi del Corso".

E' interessante sfogliare l'intera documentazione che ne reggeva l'organizzazione.

Si trattava di un "CORSO COMUNALE TECNICO PRATICO per l'addestramento professionale dei giovani", presieduto quindi da una Commissione di Controllo della Scuola. La commissione era composta rispettivamente da un rappresentante del Comune di Pinerolo, dell'Ispettorato del Lavoro, dell'Ufficio Regionale del Lavoro, di ciascuna delle Organizzazioni Sindacali e dall'Associazione degli Artigiani contraenti l'accordo, dal Rappresentante Associazione Industriali e della Direzione ONARMO.

Tutti gli attori si erano messi insieme per stabilire le regole.

Il corso [comunale] rispondeva al bando del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale- direzione generale occupazione Interna e migrazione che in oggetto citava:
Istituzione funzionamento di corsi per l'addestramento professionale dei lavoratori disoccupati e in soprannumero e degli apprendisti artigiani.

Ciò che mi ha colpito è come le linee guida proposte nel documento [polveroso] siano molto simili nella sostanza ai bandi odierni. Tanto da sembrare quasi una premessa ai parametri del sistema di Accreditamento.

Le linee guida sono molto puntuali, tanto da entrare nel merito della gestione economica, fino a stabilire il compenso mensile del direttore che è di £. 10.000 per la direzione di un corso, di £.14.000 per due, di £.16.000 per tre o più corsi.

Purtroppo sono poche le informazioni reperibili rispetto alla didattica, se non il riferimento al punto 36, in cui si scrive:
il Direttore del corso può sospendere gli allievi che si rendono indisciplinati e negligenti e che siano ripetutamente assenti dalle lezioni senza giustificato motivo, proponendo successivamente la radiazione dell' Ufficio stesso, sulle proposte di radiazione decide in via definitiva e ne determina la decorrenza, ordinando all'I.N.P.S. di non corrispondere più agli allievi radiati il sussidio straordinario di disoccupazione.


Il monito severo e forse anche eccessivo è giustificato dall'epoca, in cui la formazione professionale era intesa come addestramento e non tanto come come educazione. All' epoca il nemico da contrastare era davvero solo il rischio di disoccupazione, che tuttavia era più un fantasma [l'Italia si apprestava ad accogliere il boom economico].

Oggi le azioni sono volte a combattere la dispersione scolastica, con tutti gli anessi e connessi.

Nel '52 gli allievi da integrare erano i terroni, oggi sono gli stranieri e i drop out.

Nel '52 i problemi relazionali erano tra i ragazzi di campagna e quelli di città, tra i meridionali e i piemontesi [che accoglievano i coetanei del sud parlando loro solo ed esclusivamente in dialetto]; oggi c'è il bullismo, c'è la paura dello straniero e tanto altro che complica e che distoglie dall'obiettivo lavoro., che non è più l'unico punto di approdo.


una classe dell'ONARMO di Pinerolo completa di inseganti

Nei documenti del '52 leggo una volontà di formare la classe operaia per il territorio, oggi si guarda all'Europa.
Lo abbiamo già detto...
Non ci si può esimere dalla corsa verso gli obiettivi di Lisbona.
Tuttavia mi chiedo quanto abbiano perso i percorsi formativi riducendo la partecipazione territoriale.

Trovo tra le preziose carte anche una nota integrativa in cui vengono sottoscritte delle regole di comportamento dai vari artigiani [vengono chiamati così i formatori] ai quali sono asegnati gli allievi
Gli artigiani e gli industriali nei cui laboratori saranno impartite lezioni pratiche, dovranno rispettare le esigenze fisiche e morali degli allievi, richiedendone esclusivamente prestazioni che servano alla preparazione del mestiere, ed assumendosi a loro completo carico le spese del materiale, dell'energia elettrica e consumo macchinario, ed ogni altra derivante dall'insegnamento agli allievi. Ogni infrazione a quanto sopra provocherà l'immediata cessazione dello svolgimento delle lezioni pratiche presso l'azienda interessata.

Sì, abbiamo letto bene...quello che per la formazione professionale moderna è lo stage [quindi un'attività straordinaria], al tempo costituiva la normale attività formativa.

Le lezioni erano di 8 ore per abituare i ragazzi alla giornata lavorativa e di 36 ore settimanali.
Era previsto un trattamento economico per gli allievi. [Ormai andato perduto quasi per tutti i target di utenza, ahimè!]

Le lezioni teoriche prevedevano l'insegnamento di disegno, tecnologia, geometria, merceologia oltre a quello delle materie che saranno tenute necessarie a seconda dei vari Maestri.

I maestri-formatori avevano una buona autonomia didattica radicata sul principio del lavoro e delle regole che lo governano. Le metodologie didattiche spesso sorgevano dal buon senso, dall'esperienza e dalle necessità quotidiane [come banalmente spedire una lettera al proprio insegnante].

Le competenze trasversali non erano sicuramente teorizzate e dichiarate in progetti, ma si trasmettevano grazie al carisma degli artigiani.
In quell'invito [che suona come monito] al rispetto delle esigenze fisiche e morali degli allievi io ci leggo la cura di don Milani.

Nei verbali della Commissione di Controllo della Scuola leggo entusiasmo e amore per il territorio, desiderio di dare professionalità alle proprie aziende, ma soprattutto leggo il substrato della Formazione Porfessionale che viviamo oggi.
Questo mi ha davvero sorpresa!

domenica 19 luglio 2009

[una premessa ] Vorrei una donna saldocarpentiere [2]


In risposta al post Vorrei una donna saldocarpentiere Giuseppe mi manda questa interessante analisi.
Il punto di vista è quello della tradizione protestante.
Mi piace dare voce alle diverse diversità, per questa ragione, nonostante la timidezza dell'autore, ho deciso di pubblicare le pagine che generosamente mi ha inviato via mail.

[Inoltre per chi non lo sapesse le valli pinerolesi sono di tradizione valdese, quindi è anche il campanilismo che mi spinge...]

Cara Lia,

il riferimento finale alla Danimarca mi ha dato da pensare. Possibile che per gli italiani sia così difficile vedere quando le varianti nel modo di concepire la fede hanno conseguenze culturali e sociali di grande portata? Perché la Danimarca è così? Perché lo sono la Svezia, la Germania, l’Olanda, la Norvegia, gli Stati Uniti, la Svizzera, la Finlandia, ecc.? E’ semplice. Perché si tratta di paesi in larga misura protestanti o influenzati dalla comprensione protestante della fede cristiana.



Vorrei perciò dire due cose – da protestante – sul modo in cui il ruolo delle donne è stato interpretato dal Protestantesimo.


UNA PREMESSA NECESSARIA


Per farlo, è utile qualche semplice premessa teologica. Nessuno si spaventi. Si vedrà subito che un paio di presupposti servono per capire “perché” i protestanti, nella storia, hanno fatto alcune cose e non altre.


Ogni tanto sento dire, anche da persone qualificate che vogliono giustificare il fatto che in alcune chiese cristiane le donne non sono ministre di culto, che se Gesù avesse voluto una Chiesa di quel tipo non avrebbe scelto i dodici apostoli solo tra i maschi. Si tratta di un’interpretazione discutibilissima dei passi dei Vangeli che ne parlano. Oggi la gran parte degli esegeti concorda sul punto che in realtà il riferimento ai dodici apostoli ed alla loro missione è un riflesso della tradizionale suddivisione d’Israele nelle dodici tribù del Pentateuco.

L’idea di chi ha redatto i racconti è che i dodici apostoli della “prima cerchia” di Gesù fossero destinati a diffondere l’insegnamento del Messia comunque all’interno d’Israele, non fuori di esso. Era inconcepibile che questi rappresentanti simbolici delle tribù non fossero maschi.

Questi racconti, in altri termini, non possono essere proiettati “in avanti”, verso la storia della Chiesa. Devono essere letti “all’indietro”, in stretto rapporto con la Bibbia ebraica, cioè con quello che noi cristiani chiamiamo Antico Testamento.

Non possono essere considerati in alcun modo discriminanti per un ministero delle donne nelle chiese cristiane. Anzi, questo legame di Gesù con la Bibbia ebraica è oggi un fondamento per la lettura protestante della Bibbia.


Ad ogni modo, chi avesse voglia di capire che cosa facevano le donne nelle chiese delle origini cristiane potrebbe rileggere diverse parti degli Atti degli Apostoli. Ne riscoprirebbe il carattere illuminante.


XVI SECOLO: COSA DICE LA RIFORMA


Ma veniamo alla svolta fondamentale: l’esplosione della Riforma nei primi decenni del XVI secolo. Anche qui bisogna avere presenti almeno alcune cose dal punto di vista teologico.


1) Prima cosa centrale che fu affermata è che il culto cristiano non ha carattere sacrificale. La Cena del Signore, come la chiama la Scrittura, non è la “ripetizione” di un sacrificio che si è compiuto una volta per sempre sulla croce. Non è un “sacrificio” nemmeno in senso simbolico. E’ una mensa comune cui ci invita Gesù in modo diretto, senza mediazioni, nutrendoci lui di persona.


2) In questo senso – ed è questo il secondo punto – Gesù è stato l’ultimo vero “sacerdote”. Con lui il sacerdozio (il “prete”) è stato abolito, perché l’umanità non ha più bisogno di altari e di mediatori autorizzati. Il clero e la gerarchia, con Gesù Cristo, hanno concluso la loro funzione nella storia della salvezza e nelle chiese sono sostituiti da persone che svolgono soltanto funzioni di vario genere, pastori inclusi. Al riguardo, nel 1520, nell’”Appello alla nobiltà cristiana di lingua tedesca”, Lutero proclamò il principio del sacerdozio universale di uomini e donne, cioè di quel “regno di sacerdoti” di cui parla la Scrittura e che dopo Gesù coinvolge, con gli stessi titoli, tutti e tutte e che comprende la vita intera delle persone. Non esiste più nessuna separazione tra vita “secolare” e “sacro”, giacché tutta l’esistenza (lavorativa, affettiva, il tempo libero, il sesso, la famiglia, il denaro) è volta a Gesù e si svolge interamente nella libertà che dobbiamo alla sua opera che ci ha salvati dalla condizione mortale nella quale giaciamo.


3) A queste affermazioni di principio circa l’eguaglianza cristiana di uomini e donne e della necessità di una Chiesa senza sacerdoti si aggiunse la profonda modificazione del sistema dei sacramenti. Da sette, com’erano diventati via via nel sistema intricatissimo costruito nel Medioevo, si tornò ai due originali, ossia a quelli che hanno davvero una specificità cristiana (il battesimo e la Cena del Signore) e che sono stati istituiti in modo diretto da Gesù. Quel che qui c’interessa di più, è che dal XVI secolo per noi protestanti il matrimonio, che pure è un’unione benedetta da Dio, non ha più rilievo di sacramento. Il divorzio, perciò, cominciò già quasi cinquecento anni fa a comparire negli ordinamenti dei paesi che aderivano alla Riforma. Non tarderete a capire le conseguenze pratiche per le donne di una novità del genere!


4) La Riforma protestante ha messo al centro, come fonte prevalente della rivelazione cristiana, una cosa sola. La Bibbia. Scomparso il sistema del clero, chiusi i monasteri, abolite indulgenze, purgatorio, devozioni, litanie, candele, statue, opere religiose, il culto mariano, quello dei santi, dei morti, il diritto canonico, ecc. ecc., il cuore della vita spirituale del protestante è da cinquecento anni la Bibbia.

Ora, dato che non c’è più nessuno autorizzato per status speciale a leggertela, visto che è stata tradotta dagli originali nella tua lingua locale e che “tutto” quello che ti serve come cristiano è lì, ne consegue che – uomo e (soprattutto) donna che tu sia - il tuo dovere è… leggerla. Studiarla, lavorarci sopra, rielaborarla.

E per fare tutte queste cose, affatto semplici, devi essere alfabetizzato, e nemmeno ad un livello così elementare. Uomo e donna. Tutti, senza eccezione alcuna. Nel 1541 Lutero annuncia ai principi tedeschi la necessità dell’istruzione obbligatoria delle donne. Proclama le gioie della vita di coppia come CRISTIANAMENTE superiori a quelle del monaco medievale. Il percorso per la realizzazione delle cose proclamate a parole sarà lunga, ma la strada verso la parità concreta era spianata.


LE CONSEGUENZE


Nei paesi protestanti il tasso d’alfabetizzazione iniziò subito ad alzarsi. L’istruzione superiore diventò in modo abbastanza rapido qualcosa alla portata delle classi piccolo-borghesi.

Le università dei paesi anglosassoni si moltiplicarono ed acquistarono supremazia mondiale. L’Università di Harvard, ad esempio, fu fondata da un pastore riformato, e ne porta il nome…

Le donne godettero anche loro di questi sviluppi.

Al momento dell’unità nazionale italiana (1861), le donne valdesi che nelle povere valli in cui fino a poco prima erano state confinate nell’apartheid esso era pari a circa il 60%.

Nel resto del Piemonte, invece, in specie al di fuori delle città le donne analfabete erano pressoché la regola.


Si pensi che cosa sarebbe stato della storia italiana se quello che sul piano culturale accadde alle valdesi fosse stato l’andamento generale.


Conseguenza quasi lineare dell’istruzione femminile elevata nei paesi in cui da secoli era buona norma leggere la Bibbia fu l’estensione del suffragio elettorale alle donne.

Nuova Zelanda 1893, Australia 1902, Finlandia 1906, Norvegia 1913, Danimarca e Islanda 1915, Canada 1917, Gran Bretagna 1918, Svezia e Olanda 1919, Stati Uniti 1920…


IL PASTORATO DELLE DONNE


Come prevedibile, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Di fatto, ci vollero secoli perché le affermazioni di principio si trasformassero in realtà.

Anzi, per certi versi all’inizio si creò una situazione paradossale. Nell’Europa meridionale, rimasta cattolica, almeno le donne che si votavano alla separazione dal mondo secolare, che il Protestantesimo rifiuta, avevano mantenuto il ruolo, seppur subordinato, degli ordini religiosi. Dove la Riforma prevalse, invece, si creò una specie di vuoto che si faticò a colmare.

Il sacerdozio universale era affermato, ma alle donne fra il ‘500 ed il ‘700 era – di fatto – impedito o quasi di predicare l’Evangelo dai pulpiti. Vi furono certo parecchi eccezioni: bellissimo resta l’esempio della predicatrice quacchera inglese Margaret Fell, che nel 1665 scrisse “Il diritto delle donne a predicare”, o quello della predicatrice puritana americana Anne Hutchinson, che iniziò la sua attività nel 1634.


Ma le resistenze culturali erano fortissime. La prima donna pastora fu consacrata (nel Protestantesimo non esiste il concetto di “ordinazione”, appunto perché non ci sono sacerdoti) nel 1853 in una chiesa congrezionalista americana. Si chiamava Antoinette Brown Blackwell.



Dopo la Seconda Guerra Mondiale il pastorato femminile nelle chiese protestanti è diventato la regola.

Nella chiesa di cui faccio parte, quella valdese, la prima pastora è stata consacrata nel 1967, ed oggi circa un terzo dei pastori delle piccole chiese protestanti italiane sono donne ed anzi, a presiedere (ovviamente i protestanti non hanno gerarchia) alcune di esse, cioè le federazioni ed unioni di quelle valdesi e metodiste, battiste e luterane ci sono donne.


Non staremo esagerando?!


Per finire: lo scopo di questa nota è quello di far assaggiare a qualcuno che leggerà l’idea, poco usuale per gli italiani, della molteplicità delle espressioni delle chiese cristiane.


Poi, c’è anche il desiderio di far scorgere la sensazione che la fede religiosa è motore di cambiamento sociale e che può essere generatrice di vita concreta. Concretissima.


Tutto può essere, la fede, meno che un elemento del panorama, che uno si ritrova alla nascita, come i monti, la pioggia, il governo o le tasse.


Il mondo è complicato, e il giardino del cristianesimo ricco di fiori più profumati di quanto non possa sembrare!


martedì 14 luglio 2009

Io, non respingo...ma li voglio al Liceo!


UN POST PER GLI ADOLESCENTI STRANIERI
Come più volte in questo Spazio ho voluto sottolineare, l'Unione Europea attraverso le Raccomandazioni, invita gli Stati Membri ad una politica di Integrazione.
Integrare so che significa anche andare incontro.
Più volte mi sono chiesta che cosa davvero rappresenti l'integrazione in uno Stato come il nostro, in questo particolare periodo storico.

Tuttavia voglio soffermarmi sugli aspetti che maggiormente incontrano lo spirito di Farfalle a scuola.

Sempre di più il canale Formazione Professionale diventa scelta prioritaria per i ragazzi stranieri.
Per quanto sia bello e stimolante avere di fronte classi multietniche e colorate il risultato della mia riflessione in merito, non sempre è positivo.

Provo a spiegare le mie ragioni.

Sembra essere diventata una consuetudine [approvata dai più] pensare che un adolescente di origine straniera debba scegliere il fare, privandosi della possibilità di sognare anche il pensare.
E che dire di una donna straniera che non vede altra possibilità che riciclarsi nell'attività di badante? senza nulla togliere alla dignità di tale professione [che noi italiane non facciamo tanto volentieri!].

Sebbene i ragazzi del fare siano la mia passione, mi piace pensare che anche le nuove generazioni ospiti possano riscattare le proprie origini e gli stereotipi che si trascinano da anni.
Ormai nelle classi multietniche accogliamo le seconde generazioni, che in qualche modo sono più ingombranti delle precedenti.

Non voglio addentrarmi in una riflessione sociologica per cui non avrei le competenze, semplicemente provare a buttare sul tavolo qualche spunto di riflessione.

Traduco un po' ingenuamente: le seconde generazioni non sono nè carne e nè pesce!

Le seconde generazioni non hanno un Paese dove tornare, ma anzi sono ormai parte di un tessuto sociale e culturale che pur respingendo le ha accolte. Ma è innegabile che i giovani immigrati o figli di siano vittime della profezia che si autorealizza, perchè percepiti come potenzialmente minacciosi!
Allora si studiano a tavolino azioni di contenimento, anche formativo! Si attivano dei percorsi ad hoc per gli stranieri, dimenticando il vero significato di Integrazione. [Ciò che Maurizio Ambrosini chiama marginalità che si autoalimenta].

La Diversità, ahimè non è ancora considerato un valore aggiunto. Troppo spesso ci si lustra con la definizione di Intercultura, ma a ben guardare si tratta solo di stereotipi!

La Scuola e la Formazione sono chiamate ad essere catalizzatori capaci di unire etnie e nazionalità, ma in maniera attiva e propositiva per promuovere una nuova identità dei ragazzi [stranieri e non iniseme] senza etichette.

Personalmente ho sempre ricevuto molto dalle mescolanze di tradizioni e credenze e i ragazzi stessi riconoscono l'arricchimento che ne deriva.

Sempre ingenuamente mi vien da dire: che siano una portata a scelta [o carne o pesce!] , ma che si individui un canale di integrazione vero e senza ipocrisie!

Se L'Europa ci richiama alla costruzione di nuova identità culturale, partendo da ciò che siamo, non possiamo non considerare gli stranieri, ma soprattutto non pensare ad una classe dirigente futura multietnica.

Per questo...meno stranieri alla Formazione Professionale e più stranieri al Liceo! [è una provocazione, ovviamente...]