martedì 5 ottobre 2021

NON PUO' ACCADERE

Una donna, è stata uccisa una donna. 

Ancora. 

L'anno solare non è concluso e in Italia abbiamo superato gli 80 casi. Oltre 80 donne che non ci sono più. 

Una donna, casi; sostantivi che non danno volti, non hanno identità, vanno oltre le storie. Oltre l'umanità.

Parole che portano i drammi lontani da noi, li spersonalizzano ponendo distanze. Come se la distanza rendesse un dolore più lieve, una perdita meno mancanza; la Storia di Quella Donna semplicemente una storia qualsiasi. Un omicidio, la reazione a uno sfinimento, la risposta a un comportamento esasperante. Come se si potesse paragonare un omicidio alla reazione di una mamma che sbotta stufa al millesimo capriccio del figlio. 


Una mattina ti svegli con l'ennesima notizia, a cui ormai hai abituato l'orecchio, ma a richiamare l'attenzione non è tanto il fatto in sé, ma il dove. Vicino a casa. Il paese, la via, e persino il cognome ti risuonano familiari. Ecco che quella distanza si assottiglia e improvvisamente si percepisce il ritorno di quella Umanità abdicata. 


Mia nonna diceva che al brutto ci si abitua ed è a capire la bellezza che bisogna allenarsi, e quindi mi dico che alla parola femminicidio ci si è abituati. Più di 80 volte da Capodanno ne abbiamo sentito parlare in tv, ne abbiamo letto sui giornali. 


Non mi basta più che i media ne parlino. Come la racconto ai miei figli questa storia? Come si passa dalla notizia alla Storia, con tutto il rispetto e il peso che Quelle Donne meritano? 

Vorrei che ci fosse un passo in più alla semplice cronaca; non mi interessano leggi che puniscano gli assassini, perché



una Società giusta, consapevole e matura non arriva a quel punto. E' necessaria una politica di sostegno, un'Istruzione che si occupi anche dell'affettività e del rispetto reciproco, un'educazione che sappia riconoscere che il patriarcato non è la via. C'è bisogno di politiche che rendano scontati i comportamenti che ora affidiamo al buon senso e alla buona educazione famigliare. 


Vorrei che il dolore e lo scandalizzarsi collettivo tornassero ad essere lancinanti e non nascosti nell'indifferenza di uno sconsolato "può accadere". 


Donna senza volto Matisse


sabato 6 marzo 2021

Il cortile

Mi considero fortunata perché ho sempre potuto conservare il mio attaccamento al sole grazie a un pezzetto di orto urbano durante l'anno e alla sterminata campagna guardiese quando ero bambina; e dal 2001 il giardino di casa, anche quando la casa l'ho cambiata. Poi si è aggiunto un cortile, che ha dilatato spazio, rapporti, autonomia e libertà anche nei miei figli. 
Le loro amicizie si sono fatte fratellanza e a me è sembrato di rimpicciolire la città in paese. La libertà di lasciare i figli incustoditi perché la vigilanza era tra pari, perché i rapporti si equilibravano in una forma di mutualismo spontaneo. 
Il cortile che rendeva tutti uguali, anche quelli dell'ultimo piano,  senza giardino, perché nella sicurezza di un recinto potevano esprimere la propria voglia di aria; il cortile democratico perché di tutti e inclusivo, perché aperto a chi del condominio non è. 

Il cortile fino a marzo 2020. Un marzo che mai come allora mi era sembrato primavera. 

Poi il cortile è diventato inconsapevole spettatore della vita dei balconi, dei giardini. Balconi e giardini coralità di una speranza che allungava le braccia all'estate.  

L'estate ha illuso il cortile con qualche timido pallone che ha ripreso a far arrabbiare la signora delle fragole, per le incursioni nel suo giardino. Perchè quando si è grandi non si contempla l'idea che il pallone va dove lo porta l'aria, anche se i piedi lo vorrebbero mandare in tutte le porte del mondo.  

E poi l'autunno e improvvisamente il ricordo di una primavera che  la mia testa assimila a un inverno. Chiusi. 

Oggi siamo quasi a primavera, me lo dicono le violette che spuntano timide in giardino. 

Un anno fa avevo la certezza che sarebbe stato tutto diverso, dopo tutto questo tempo. Ero certa che quel tempo non fosse arrivato inutilmente, ma che avremmo imparato. 
Imparato a essere solidali, a essere pazienti, tolleranti; che avremmo imparato ritmi nuovi, più naturali, più a tempo con il cuore. 

Ero certa. 

Oggi è quasi primavera, me lo dicono i bulbi che affacciano le loro foglie tra l'erba, ma fa freddo. E non è solo la pioggia a scuotere l'aria, ma l'idea che tutto sta ricominciando a fermarsi. Ancora. 
I ragazzi chiusi in casa, i rapporti congelati, i genitori imbarazzati tra scegliere il lavoro ed essere madre e padre, come dovrebbe essere. 
La certezza che non abbiamo imparato niente, la certezza di essermi illusa mi fa male come quando non ci si riprende da una delusione d'amore. Perché è stato bello credere in un mondo nuovo, in un paradigma che avrebbe potuto essere rivoluzione. 

La fame d'aria è la metafora di questo tempo. Tutto quello che sento di volere è aria e sole.


E oggi rientrando a casa il cortile mi è sembrato piccolo, più piccolo di come lo custodivano i miei ricordi. 









mercoledì 24 febbraio 2021

La lontananza. Ciao nonno.

Oggi è uno di quei giorni la cui ombra mi ha rincorso per anni, forse sin da bambina, quando le chiamate al telefono erano via cavo e rare. Quando ne arrivava una fuori dalle ordinarie del fine settimana coincideva con il batticuore e la fretta di preparare una valigia, che potesse contenere vestiti e un piccolo ristoro al senso di colpa che crea la lontananza.
La Lontananza è il titolo della canzone che ha accompagnato la storia d'amore dei miei genitori. 
La lontananza è diventata il leitmotiv della mia vita, inconsapevolmente. 
La lontananza è stata il motore della mia famiglia.

All'origine di tutto c'è stato un uomo, piccolo e grande allo stesso tempo, che ha avuto l'incosciente intuizione che il dolore della lontananza sarebbe stato meno forte di quello della povertà. 
Se non fosse per quella scelta, forte, che oggi appare anacronistica per il nostro paese, io non sarei qui, non sarei tanto di quello che sono. 

Un uomo, dicevamo, che ha coltivato il sacrificio, come senso profondo della vita; che quando era in pensione zappava la terra come se quella terra potesse essere ultima salvezza. Quella stessa terra che ha saputo farci amare di un legame profondo, atavico, quasi soffocante. 

Oggi quel senso di lontananza soffocante è tornato pesante a farsi sentire. Quella valigia era pronta da qualche giorno, pronta per sedare l'ansia pressante che può avere l'attesa per un figlio che sa che sta arrivando il momento dei saluti. Ma si è lontani e forse non si arriverà in tempo. 

Eravamo abituati ai suoi scherzi. Ce ne ha fatti tanti, a volte anche sadici e anche questa volta pensavamo sarebbe andata così: un highlander si risolleva sempre. Avevamo smesso di contare le tante vite che aveva consumato. 

Invece il 24 febbraio.

Mio nonno era un uomo con tante sfaccettature, da cui ho imparato il peso dell'errore e la leggerezza della rinascita. 

Mio nonno era stato un disertore e questo lo rendeva simpatico a prescindere, ma nel raccontarsi non dimenticava mai di dire che l'eroe era il fratello, quello che alla guerra non si era sottratto, l'eroe di famiglia. 

Mio nonno amava gli animali più che gli uomini, da lui ho imparato ad allattare gli agnelli e a parlare con i conigli. 

Mio nonno amava il rispetto in un'accezione fuori moda, di cui forse ci sarebbe bisogno. 

Mio nonno amava la gente, ma odiava i soprusi, disposto a pagare per contarstarli. 

Mio nonno faceva giocare i bambini con filastrocche e giochi antichi. 

Mio nonno negli ultimi anni cantava, rideva e amava. 

Questo è il nonno che porterò nel cuore. 
E l'ombra diventerà presenza. 







martedì 30 giugno 2020

L'educazione è cosa del cuore

Nel corso del tempo ho provato a raccontare in diverse maniere che c'è un mondo quasi sconosciuto, ma un mondo direi necessario. 
Lo so che state per dire: eccola qui, la solita storia, la solita fissa, adesso ci parla dei ragazzi del fare

Fuocherello! 



Vi parlo di chi quotidianamente a questi ragazzi dedica le proprie lezioni, di chi ha deciso che la cura è didattica e l'alternativa la pedagogia. 
I miei colleghi e le mie colleghe sono maestri e maestre nel prendere le strade più amene, quelle che sono state abbandonate in virtù delle tangenziali, quelle che continuano a passare nei villaggi di montagna e nelle frazioni di campagna. 

E' di loro che oggi voglio parlare: i formatori. 

I formatori e le formatrici sono quelli che hanno rinunciato a una identità riconosciuta dalla società, preferendo le smorfie dei parenti e conoscenti che alla domanda che mestiere fai, la risposta non la comprendono. E quando all'ennesimo tentativo capiscono che non sono nemmeno dipendenti di scuole private, gettano la spugna, sintetizzando che tanto non sono insegnanti. 

Ecco parliamo del loro mestiere. 

In questi mesi si sono trovati a reinventare una professione che di identità ne ha mille, ma di strumenti apparentemente uno solo: la relazione. 
In questo lungo periodo di formazione a distanza la relazione è stata faticosissima per tutti, ma per chi è abituato al fare, per chi è abituato a interpretare il linguaggio non  verbale per poter comprendere meglio non detti e vissuti, è stato il pensiero fisso quotidiano. 

La didattica on line è stata bersagliata di critiche e abbiamo sentito ripetere che non è scuola. Io capovolgo l'approccio: la scuola non può essere solo quella a distanza e  un pc non sostituisce il laboratorio. I ragazzi del fare lo sanno bene e da subito si è sentita l'urgenza di trovare un modo per fornire loro strumenti e metodi nuovi. Quello che è successo non è davvero la formazione professionale come deve essere e come i ragazzi se l'aspettavano quando hanno scelto il fare, ma sicuramente potrà diventare quel quid che può sostanziare quel fare cosi prezioso. 

I miei colleghi hanno saputo inventare e riprodursi in ruoli e metodi che nessuno prima ci aveva insegnato. Per dirla meglio, non eravamo stati preparati se non alla cattedra, al laboratorio, consapevoli che più che  in un registro o in un libro la nostra forza è racchiusa nell'empatia. 
E' stata proprio l'empatia e la voglia di arrivare ad ognuno dei nostri ragazzi a darci la forza di superare la fatica di una didattica che non avrebbe mai soddisfatto i nostri desideri, le nostre convinzioni e i bisogni degli allievi. 

Questa esperienza di tempo sospeso è qualcosa che resterà impressa nei nostri ricordi, come un tatuaggio e sarà difficile tornare al prima. Tutto del futuro che ci aspetta subirà il confronto con il prima. Un prima che non era perfetto, ma che a noi ora sembra persino da esempio, un riferimento per ritrovare una sperata normalità; ma forse la normalità assumerà significati nuovi, diversi e al momento imprevedibili. La formazione professionale ha sempre saputo adattarsi a storie e convenzioni nuove, perché la politica le ha sempre giocato qualche scherzo. 

A volte mi sorprendo a pensare alle gite di classe come esperienze troppo lontane per essere replicabili e mi chiedo come potranno sopravvivere degli studenti che spesso certe esperienze le vivono solo grazie alla scuola. Poi mi dico che i miei colleghi sono talmente speciali che riusciranno a inventare un mondo formativo nuovo, perché in emergenza hanno fatto quasi miracoli. Un po' a modo loro sono stati degli eroi: hanno contenuto ansie, controllato distanze e accompagnato dispersi. Hanno continuato a far sentire dei ragazzini distanziati e soli parte di un gruppo, ogni giorno, nonostante difficoltà tecniche e psicologiche, nonostante frustrazioni e impotenze. 

Si è parlato tanto di scuola, di rientro e di assenza delle politiche scolastiche, ma mai, e quando dico mai c'è in me la volontà di assolutizzare il concetto, si è menzionata la formazione professionale. Non si pensa che tra gli adolescenti c'è una buona fetta che ha indirizzato i propri interessi verso delle professioni  e per impararle studia, frequenta, si rapporta con insegnanti e professionisti. Questa a mio avviso è una grave mancanza, perché è come se un corpo non si accorgesse di una sua parte, come se un braccio non sapesse di avere la mano.  Una comunità non può fare a meno degli artigiani, proprio per questo una comunità che non riconosce il giusto ruolo a chi questi artigiani forma è monca. 

I formatori provano a costruire autostime distrutte o inconsce, attraverso ponti di cultura e saperi e gli allievi, attraverso un mutuo gioco di fiducia restituiscono consapevolezza che li accompagna verso l'età adulta. E' un processo che mi affascina ogni anno, ogni volta che saluto un ragazzo o una ragazza al termine del suo colloquio di esame. Una esperienza che lascia il segno ogni volta in modo diverso, unico e irripetibile, perché unico e irripetibile è l'essere umano e l'alchimia che crea nella mescolanza delle esperienze. Eppure mi attraversa allo stesso tempo la frustrazione di non saperlo dire al mondo nel modo giusto, di non saper riconoscere a questa fetta di giovani donne e giovani uomini la giusta importanza. 


Forse aveva ragione don Bosco a dire che l'educazione è cosa del cuore



venerdì 19 giugno 2020

In bocca al lupo ragazzi!



Avreste dovuto cucinare, mescere, accogliere.

Per anni vi abbiamo riempito la testa di informazioni utili a sostenere una settimana d'esame [che manco la maturità!]; un esame percepito lungo una vita, per voi che amate il fare.

Mi ritrovo a cercare le parole per dirvi che ci saremo come sempre ci siamo stati, ma questa volta le parole giuste non le trovo. Mi manca tutto.

Mi mancheranno gli sguardi di sottecchi mentre la commissione passa in cucina, mi mancheranno i movimenti controllati di quando fate accomodare gli ospiti a tavola, mi mancherà la faccia compiaciuta con il vostro piatto decorato tra le mani.
Mi mancherà sentirvi recitare le etichette dei vini che state per servire e l'intonazione maccheronica di un discorso in lingua straniera.
Sentirò la mancanza di quel groppo in gola che vi fa apparire meno sicuri e spavaldi del solito e che a noi formatori fa dimenticare le arrabbiature passate.

La mancanza è stato il "sentire" che ci ha abitato di più negli ultimi mesi.

Abbiamo pensato a tutti i nostri ragazzi, uno per uno, ma a voi che state per fare l'esame un po' di più. 
Vi si sta togliendo l'esperienza per la quale avete lavorato dal primo giorno in cui avete messo piede in laboratorio, i giorni che vi abbiamo fatto sospirare come la resa dei conti, la somma di tutti i sorrisi e le lacrime, l'impegno e la pigrizia.

Abbiamo trovato insieme un modo nuovo per fare didattica, anche un po' divertente forse, e grazie a voi che siete stati tanto generosi da non tirarvi mai indietro a ogni proposta strampalata, chi verrà dopo  troverà probabilmente un po' di fluidità in più. 
E' stata una didattica strana, nuova, di cui sicuramente salveremo qualcosa; il prossimo anno potremo invitarvi come special guest nelle classi prime per mostrare dal vivo quello che sapete fare e indicare loro quale sia la strada. 

Vi siete trasformati, siete cresciuti e la resilienza è diventata la vostra sostanza. Chi era pigro ha provato a stringere i tempi della sua pigrizia, chi era ombroso ha provato a essere sorridente e chi era permaloso ha trovato un po' di autoironia, perché la distanza ha il pregio di tenere a bada l'impulso. I creativi sono diventati ancora più ricchi di colori e i precisi ci hanno dato tante soddisfazioni.

Tanti di voi sono pronti per andare in tv a forza di video ricette e presentazioni multimediali!

Ci resterà il cruccio di non avervi visto abbastanza, nascosti in quella vergogna adolescenziale che "la telecamera è rotta prof". Così da lunedì correremo il rischio di trovarvi diversi: uomini e donne a cui questi mesi hanno lasciato il segno.
Forse non vi riconosceremo, o forse si, perché in questi mesi ci avete detto tanto di voi, ognuno a modo suo, ognuno con le sue particolarità, ognuno con i suoi silenzi.

Questa esperienza così paradossale vi ha tolto tutto della scuola, perchè per voi scuola non significa "libri", ma "mani". E le mani ve le hanno imbrigliate, vi hanno accomunato a tutti gli altri studenti, senza considerare che una professione si impara provandola, agendola.
Ma vi siete adattati e adesso state arrivando alla meta. Una meta che sa di scorciatoia per qualcuno, perché privato anche dello stage, il momento più sospirato di tutto il percorso. Questo è un altro dei nostri crucci: non essere riusciti a proteggervi abbastanza. Ma un'emergenza è un'emergenza e non potevamo prevederlo, nonostante tutti i discorsi sul non rimandare a domani quel che puoi fare oggi con cui vi abbiamo annoiato. Mannaggia anche i prof. sbagliano! e anche noi ci siamo fatti trovare impreparati, ma abbiamo imparato tantissimo

Una promessa ve la voglio fare: mi impegnerò al massimo per dire a tutti quanto lavoro c'è dietro un bancone del bar, quante lacrime a volte si nascondono nelle cucine e quante suole delle scarpe si consumano in una sala di ristorante. Quanta professionalità in un mestiere fatto per farci stare bene, per regalarci attimi di leggerezza che in questi mesi ci sono mancati così tanto. 

Cercate di non mortificare i vostri talenti, accuditeli e fateli diventare vocazione. E' la vocazione che fa la differenza e che vi renderà indispensabili agli altri. 

In bocca al lupo ragazzi!

La Bianco

Immagine https://www.nanopress.it/cultura/2015/11/02/perche-si-dice-in-bocca-al-lupo-e-si-risponde-crepi-il-lupo/96687/



domenica 3 maggio 2020

La Responsabilità della normalità


In questo periodo di quarantena ho pensato ogni giorno alle mie nonne. Ogni giorno ho pensato a come potessero vivere un momento simile e a come avrebbero commentato le parole di Conte a ogni diretta. Quasi sempre ho concluso il pensiero con sguardo divertito, perché le mie nonne si esprimevano solo in dialetto stretto, e il dialetto si sa non è mai molto generoso di mediazioni e diplomazia.

Non nascondo di aver ringraziato che siano andate prima di questo tempo metafisico. Di aver loro risparmiato la distanza e il tempo dell'attesa. 
Le mie nonne sono due donne che hanno aspettato tutta la vita il rientro a casa dei propri figli, migrati a 800 km di distanza con la promessa del ritorno. Invece non sono mai tornati, stabilmente intendo. Aspettavano Pasqua e l'estate per riabbracciare i propri ragazzi e godere di quella che è stata per lungo tempo l'unica nipotina. E in un'epoca come questa avrebbero sofferto del clima sospeso, del non sapere quando e se.

La più anziana delle due, quella paterna, aveva un attaccamento morboso alla Terra. Spesso non la si trovava in casa, perché nell'aia a zappare o a tagliare l'erba con il falcetto, in un'epoca in cui tale strumento era superato per ideologia e tecnica; per lei zappa e falcetto erano le certezze, la guida, la filosofia di una vita semplice e povera, ma che rispettava tempi e modi di Madre Natura. 
L'altra, quella più giovane, viveva di relazioni. Davanti casa c'era il suo quartier generale, dove si custodivano confidenze, pettegolezzi allegri, pensieri impegnati e disimpegno. Si sbucciavano le patate, si pulivano le fave e si setacciavano i fagioli. E si cantava. In una sintesi perfetta che si muoveva tra tempo e spazio e forse anche in una forma primordiale di politica. Poi c'erano le battute sagaci di mia bisononna che riuscivano a dare una lettura perfetta e lucida della realtà. 

La prima, quella più anziana, forse non si sarebbe nemmeno accorta del lockdown, se non nei giorni di Pasqua, giorni in cui avrebbe preteso ugualmente la presenza dei due figli e rispettive nuore, perché le feste comandate erano un obbligo a cui non ci si poteva sottrarre, un dovere riconosciuto ufficialmente da quella che era la mentalità patriarcale del mondo rurale della Maiella.
La seconda, quella più giovane, avrebbe organizzato un piccola comunità tra le vicine (ho imparato da lei che spesso le decisioni importanti le prendono le donne, e per questo mi correggo dicendo che da quelle parti la famiglia segue una linea matriarcale) in una dimensione di mutualismo naturale e scontato, perché lei aveva subito la guerra e lo sfollamento e il marito disperso da giovanissima. Una bambina, diceva sua madre, che riceveva le visite della suocera scendendo dall'altalena. 

Ho pensato a loro ogni giorno perché è stata la narrazione di un tempo antico, attraverso il loro sguardo, (quello che ti resta impresso nel sangue, quando chi ami se ne va) a indicarmi la via in questi 55 giorni e forse qualcuno di più.  
Ho ascoltato il tempo, ho misurato lo spazio e ho affinato l'olfatto. Ho goduto la casa e il giardino come mai avevo fatto. Ho cucinato. Ho condiviso. Ho litigato e mi sono rappacificata. Ho cantato, ho nutrito l'anima di pensieri e di note. Ma  in una dimensione diversa. Non posso dire nuova, ma semplicemente ritrovata. Ritrovata perché sono intimamente convinta che così dovrebbe essere sempre. 

E adesso mi dicono che tutto questo finirà, che piano piano la vita prepotente si riprenderà il ritmo. E invece no, io non sono pronta: primo perché non è tempo, non siamo ancora al sicuro; in secondo luogo perché non voglio perdere quanto di buono ne è uscito da questa emergenza fantascientifica. 
All'inizio mi ero detta che qualcosa avremmo imparato, l'auspicavo. Ma a sentire il rumore intorno, ho l'impressione che si siano acutizzate le brutture di prima: i prepotenti sono più prepotenti in nome del mercato, gli irresponsabili più irresponsabili in nome della produzione, i superficiali ancora più superficiali in nome di una normalità che deve tornare. 
La normalità che io cerco è forse la straordinarietà di una vita che è unica e si moltiplica nella reciprocità e in quel mutualismo che mi mostrava mia nonna. 
Quella normalità di una Natura che si è ripresa il suo spazio, la normalità delle relazioni vere che si cercano al di là del tornaconto, dei rapporti autentici senza il giudizio e lo stigma. 

Le mie nonne queste cose le sapevano e inconsapevoli le declinavano nelle loro esistenze, in una forma di spiritualità atavica che in questo tempo, anche quando la ritroviamo, non ce la sappiamo tenere. Forse la chiave sarebbe recuperare il senso profondo che nasconde la parola Responsabilità, in una dimensione in cui so prendermi cura del mio prossimo almeno quanto di me stesso. 









martedì 7 aprile 2020

Il vuoto della distanza



In questi giorni l'attenzione è puntata sulla bravura degli insegnanti ad adattarsi all'emergenza. Tanti occhi sono puntati sulla Scuola, come se improvvisamente ci si fosse accorti dell'importanza che quest'istituzione potrebbe avere in una società. [Il condizionale non è da distrazione.] 

I segni che distinguono la professionalità di un docente non sono dati dalla capacità di accogliere i propri studenti in un tempo diverso dal prima, ma da quanto ci si sappia adeguare alla didattica a distanza. Si è dei bravi insegnanti perché si sanno scegliere saperi da pubblicare e piattaforme da abitare, in uno spazio che è metaforico, ma tanto reale quanto pressante. La bravura dei docenti non sta nel saper riconoscere i bisogni dei suoi ragazzi, ma nell'abilità che dimostrano nel trasformarsi in divulgatori, affinchè a chiunque sia resa riconoscibile l'evoluzione del ruolo [non l'autorevolezza], la prontezza nel curare contenuti secondo modelli nuovi. Curare contenuti: il buon Don Milani vorrebbe questo verbo scritto con la maiuscola, ma la Cura chiede vicinanza. La definizione della didattica a distanza è precisa, antitetica alla vicinanza che reclama il linguaggio non verbale, l'arma che rende il mestiere dell'insegnante così prossimo a quello dell'attore, quello stesso linguaggio che ti fa entrare nei cuori, prima ancora che nei cervelli, permettendo ai discenti di innamorarsi del sapere, grazie alla capacità di stare in aula come mai nessun altro allieva avevo incontrato prima.
La Cura ti guarda negli occhi, cerca le ombre. La Cura sa riconoscere gli ultimi, i distratti, quelli sul pezzo e le eccellenze, che a dirla tutta, qualche volta possono confondersi con le disabilità. La Cura porta alla meta tutti, ma non in egual misura e con gli stessi mezzi. Tutti vincono. 

Invece in questa corsa stiamo perdendo tutti. Gli insegnanti perdono il mestiere, nel reale pericolo di vederlo mutato, prima ancora che riconosciuto;  i ragazzi perdono l'arricchimento del confronto, della ricerca e forse anche dell'errore, i genitori perdono equilibrio nell'ansiosa rincorsa al risultato, all'evidenza, alla messa alla prova.
Come mi diceva qualche giorno fa un'amica insegnante, si rischia di trasformare la didattica in un videogioco, in una gara a quiz. Ci si ritrova a distribuire nozioni come le carte di una partita a scopa, per dare l'idea che si sta andando avanti, che non li si lascia soli. 
E invece non sono soli, sono isolati. 

In tutta questa discussione nazionale ci si è distratti dimenticandosi  una categoria di studenti, i ragazzi del fare, quelli che hanno scelto di mettere in campo altre intelligenze, che hanno scelto le mani, prima ancora dei libri. Quelli di cui non parla mai nessuno, perchè in Italia quasi non c'è  un sistema che li consideri, tanto che ogni Regione si organizza come meglio crede. Quelli per cui, anche se in età di obbligo scolastico, il Ministero mette poche risorse e per il resto ci pensa il Fondo Sociale Europeo. Quelli che spesso nelle statistiche nemmeno compaiono. Quelli che coincidono con meno strumenti, meno consapevolezza, più difficoltà. 
Questi ragazzi sono  gli stessi che trovate quando andate a prendere un aperitivo, quando fate la messa in piega o portate la macchina dal meccanico. Loro avevano scelto una scuola professionale, pratica, in primis perchè seduti al banco, fermi, non ci volevano stare, poi magari si sono anche scoperti talenti di una professione che avevano avvicinato quasi per caso. Avevano imparato a coltivare dei sogni, che gli avevamo insegnato a far diventare progetti. Ora si è arrestato tutto, in una dimensione che paradossalmente il mondo definisce loro. Ci siamo raccontati un storia che non aderisce ai fatti: non sono tutti nativi digitali, perchè banalmente se non puoi permetterti i giga e gli strumenti, alla fine di tutta questa storia non avrai imparato come gli altri, non avrai raggiunto gli stessi obiettivi e i progetti saranno tornati ad essere sogni, troppo grandi per dar loro concretezza. 
Gli insegnanti avranno curato contenuti, ma non il loro bene più prezioso che sono i ragazzi. 

Quando finirà questa emergenza e tornerete al bar, dalla parrucchiera o dal meccanico pensateci, pensate al vuoto che ha creato la distanza, pensate alla didattica che si è persa nella mancanza di uno sguardo e nella mancanza della parità sociale