domenica 7 maggio 2023

Ciao Gian

La notizia che te ne sei andato ha portato tristezza in Città. Hanno speso parole per Te tanti e tante, anche  chi da sempre ti è stato contro nelle battaglie.

Per tanto tempo sono stata intimidita dalla Tua personalità, dai Tuoi modi e forse anche dalla Tua storia politica. Le mie scelte correvano parallele alle Tue, coerenti con quel paradosso della sinistra italiana per cui si cercano le differenze, ma raramente ciò che unisce.
Finché una sera di vittoria elettorale tua, sconfitta mia, ti alzasti dalla tua birra e puntandomi il dito contro, mi dicesti quelle che, se pur con il tono di una minaccia, erano parole di stima. Quella sera fu la svolta del mio rapporto con te. Quella sera smisi di temere il confronto con chi rappresentava la sinistra radicale della mia Città. 

Era il 2011, cinque anni dopo saremmo stati insieme, un passo indietro per lasciare spazio a dei giovani. E poi ancora. Manifestazioni, banchetti, volantinaggi, confronti, campagne elettorali e qualche piccolo tentativo di utopia. Incazzature, perchè ogni tanto doveva essere proprio come dicevi tu, ma anche sorrisi e tanta generosità.
Da Assessore all'istruzione non ti dimenticavi mai dei miei ragazzi e delle mie ragazze della formazione professionale, pochi politici hanno questa attenzione. Perché tu arrivavi anche da lì e sapevi quanta potenzialità ci può essere  in chi parte dal fare.
Eri motore di eventi che potessero arricchire  la nostra comunità, come il teatro stracolmo di studenti per la testimonianza delle sorelle Bucci.

Ma soprattutto per me sei il ricordo più bello della seconda parte della mia vita. Una sera, a cena, con il tuo fare diretto e burbero, ti sei proposto come officiante del matrimonio mio con Marco. Tu con la fascia della mia Città, della Tua amata Pinerolo, sotto un ulivo, la Maiella alle spalle, noi due, gli sposi con tutto il nostro mondo attorno. Con la tua sensibilità hai fatto un capolavoro, rendendo quei momenti qualcosa  che in tanti ricordano come Speciale. Sei entrato nei cuori di tutti e di tutte unendo il nord e il sud in un rito che forse non era solo di matrimonio.

L'immagine di Te con il regalo avvolto in una carta di giornale dice esattamente chi eri. Una bellissima foto di Pinerolo, tra le pagine del giornale locale, come ad unire simbolicamente le due terre, Piemonte e Abruzzo con la semplicità e la potenza dei tuoi modi.

L'ultima campagna elettorale ci hai guardati da lontano, scuotendo il capo come si fa con i figli monelli, ma non ci hai mai negato un consiglio, un confronto. La tua profonda esperienza era sempre a disposizione, anche con durezza ma sempre con affetto. Come quando mi hai ripresa alla mia prima apparizione istituzionale in cui mi hai aspettata alla fine per rimproverarmi, perché non avevo usato le parole istituzionalmente più corrette. Da allora prima di prendere la parola visualizzo il tuo volto, come una personale forma scaramantica.

Mi mancherà tutto di Te: la lista infinita di libri che desideravi per il tuo e-reader, scritta nei posti più improbabili, il plasentif in regalo a Natale, il salame del tuo amico lasciato di corsa con la sigaretta sempre accesa, le fisherman sempre in tasca, le bandiere, i cazziatoni, la bicicletta, le parole giuste sempre a disposizione, le rassegne stampa, il buona domenica ogni settimana, la puntuale richiesta di Centerba, gli interventi definitivi, la cassettina per la raccolta dei contributi alle manifestazioni, i conti scritti a mano, la capacità organizzativa, la conoscenza, la disponibilità costante, la capacità di stare tra il compromesso e gli ideali, la generosità, le foto a raffica, la passione per i piccoli, il volontariato, la sportività, te che ti presenti a casa nostra per gli europei con una TV in mano (ancora nostra). Il 25 aprile.

Ciao Gian. Cercheremo di  onorarti portando avanti le battaglie che abbiamo condiviso. Ci hai lasciato una eredità pesante, ma anche tanti insegnamenti. Sarai orgoglioso di noi. Promesso.

lunedì 4 luglio 2022

Per una comunità che sappia ritrovare i propri Ragazzi



Perché i ragazzi si perdono? Oggi si dice per colpa della pandemia che ha modificato i paradigmi e azzerato le motivazioni. Ma non sarà invece che la pandemia ha semplicemente messo una lente su un fenomeno, che ha radici lontane nel tempo e nelle storie che hanno preceduto queste generazioni?

Sul sito ufficiale delle prove' invalsi si legge che le cause della dispersione sono diverse e ben definite in categorie come fattori ascritti, fattori di contesto, e fattori individuali. Ma qualcosa non mi convince del tutto; forse sarebbe più opportuna una unica voce che possa afferire al concetto di responsabilità collettiva.
Nel documento di studio dell'autorità garante per l'Infanzia e l'Adolescenza si ribadisce che la dispersione è un fenomeno complesso da affrontare con occhio pluridisciplinare a partire dai primi anni di vita dei bambini, ma si precisa altresì che "la dispersione scolastica coinvolge [...] non solo la vita sociale di bambini, degli  adolescenti e dei giovani, ma anche quella delle comunità in cui vivono" Inoltre le politiche di contrasto alla dispersione scolastica, se pure con forme diverse, risalgono già alla fine degli anni '90. 

La comunità dovrebbe accogliere, proteggere e evitare traumi. Il concetto di comunità riporta a tutti gli attori che sin da bambini incontriamo sul nostro cammino dai docenti agli amici, dagli educatori agli allenatori, oltre che alle famiglie e alle figure politiche. Figure, che se guardate dall'alto, come riprese in una  panoramica,  appaiono complementari e sinergiche al punto da immaginare soltanto conseguenti azioni di successo. Invece i dati ci dicono altro, raccontandoci di una sotto-comunità, quella dei neet che hanno perso la bussola  e forse anche la speranza. E' lo stesso acronimo a togliere loro fiducia identificandoli come nè una cosa, nè l'altra, di fatto espropriandoli anche di qualsiasi potenziale interesse. 
Sono ragazzi usciti dal circuito scolastico e formativo e mai entrati in quello professionale, ma spesso è stata la scuola stessa che non li ha capiti, li ha mortificati, li ha demotivati. 
Di fronte alle biografie di questi ragazzi si ha sempre la sensazione di una ingiustizia, di aver perso ancora prima che loro, il senso vero del mestiere di insegnante, di aver perso di vista l'obiettivo. 
I loro racconti sono ricchi di non sono capace, senza che mai nessuno abbia saputo  controbattere a così tanta convinzione. Quasi tutte le storie sono accumunate da un'esperienza di non accoglienza, dove la comunità educante è venuta meno al suo ruolo. 

Si guarda al fenomeno della dispersione partendo dal punto di vista degli adulti, attenti al cosa stanno perdendo i ragazzi che fuoriescono dal circuito scolastico; ma se provassimo a cercare cosa la società sta perdendo rinunciando a quei ragazzi, forse si sperimenterebbero strategie nuove.  Si troverebbero probabilmente strade alternative per mettere in luce competenze, che possono essere indicate dagli stessi protagonisti. Ma è necessario saperle riconoscere. Identificarne le caratteristiche per saperle valorizzare e capitalizzare è una vera e propria competenza, un mestiere, di cui la nostra società avrebbe bisogno. 


Dire che la scuola è autoreferenziale è riduttivo, perché nasconde comunque un atteggiamento di chiusura da parte di chi dall'esterno pensa di poter applicare dei correttivi ad un mondo a volte obsoleto, o non rispondente alle caratteristiche di tutti. La scuola, quale parte della comunità garante dell' educazione dell'individuo a tutto tondo, dovrebbe essere la stazione centrale di tutto il viaggio, luogo da cui partire, arrivare e ripartire; ma spesso non è così, perché sono gli incontri che si fanno in viaggio, il clima che si trova nelle varie mete a fare la differenza. L'impressione che si ricava dalle storie dei ragazzi che si sono persi è sempre costantemente quella di chi non ha incontrato empatia e giornate di sole ventilate. Di chi non ha incontrato i professionisti giusti. 

Per essere insegnanti è necessaria una laurea che comprenda un pacchetto di crediti ad hoc per la docenza, ma nessun concorso misurerà la capacità di accogliere e di guardare oltre le difficoltà di apprendimento, nessuna prova sarà in grado di valutare quanto si sia bravi a presidiare i propri ragazzi per aiutarli a scovare le proprie attitudini, a superare debolezze e fragilità per trasformarle in punti di forza. Come diceva Quintiliano, il buon maestro nel correggere gli errori non deve essere aspro e offensivo, perché allontanerebbe i discenti da interesse e applicazione.  

L'impressione è che:
  • la scuola non conosca davvero i ragazzi che perde, cosi da non assumersene la responsabilità
  • la politica non conosca la comunità scolastica, sia nella estensione di chi impara, sia nella forma di chi dovrebbe insegnare, ma solo nella forma di numeri e statistiche.  Così non se ne assume la responsabilità 
  • il mondo del lavoro, pensando quasi ed esclusivamente al profitto non abbia un vero interesse a indagare le ragioni di chi si allontana dalla formazione, piuttosto l'atteggiamento è quello giudicante di chi fa prima a dire che le nuove generazioni non hanno voglia di lavorare a fronte di paghe da miserabili. La responsabilità viene attribuita quindi ai ragazzi stessi, vittime di un vortice di schiaffi morali e danni materiali 
  • le famiglie non sappiano andare oltre la frustrazione causata dal giudizio di una comunità che dovrebbe essere rete di protezione, ma che da tempo viene meno al suo ruolo 
Se solo li si sapesse guardare questi ragazzi, si troverebbero delle piccole chiavi di accesso verso una nuova modalità educativa, di comunità appunto. Come il pedagogo nell'antica Grecia era lo schiavo che accompagnava il bambino nel suo percorso verso la scuola, aiutandolo anche operativamente nelle attività di apprendimento, dovremmo immaginare una società in cui un po' tutti accompagnano i ragazzi nella loro formazione, aiutandoli a visualizzare la loro futura identità sociale e professionale; una comunità che si accorga di loro e che ne sappia cogliere le caratteristiche, al di là di stereotipi e narrazioni ufficiali e ordinarie; una comunità che sappia avere un'ottica ecologica nella promozione della partecipazione e il coinvolgimento, in evoluzione verso la promozione della giustizia sociale e il concetto di comunità competente. 

I ragazzi si perdono perché collettivamente non abbiamo ancora saputo analizzare i loro bisogni, al di là delle apparenze e cosi non siamo ancora in grado di mobilitare le giuste risorse. Andare oltre le statistiche, approfondire le storie, le passioni, i sogni e anche i mancati progetti, è forse l'unica via, faticosa, ma efficace per ritrovarli. 

La creatività non si trasmette. Ma ognuno, incontrando l'occasione di poterla sperimentare, può accendersene. 
Danilo Dolci

Immagine da storicang.it

 

martedì 5 ottobre 2021

NON PUO' ACCADERE

Una donna, è stata uccisa una donna. 

Ancora. 

L'anno solare non è concluso e in Italia abbiamo superato gli 80 casi. Oltre 80 donne che non ci sono più. 

Una donna, casi; sostantivi che non danno volti, non hanno identità, vanno oltre le storie. Oltre l'umanità.

Parole che portano i drammi lontani da noi, li spersonalizzano ponendo distanze. Come se la distanza rendesse un dolore più lieve, una perdita meno mancanza; la Storia di Quella Donna semplicemente una storia qualsiasi. Un omicidio, la reazione a uno sfinimento, la risposta a un comportamento esasperante. Come se si potesse paragonare un omicidio alla reazione di una mamma che sbotta stufa al millesimo capriccio del figlio. 


Una mattina ti svegli con l'ennesima notizia, a cui ormai hai abituato l'orecchio, ma a richiamare l'attenzione non è tanto il fatto in sé, ma il dove. Vicino a casa. Il paese, la via, e persino il cognome ti risuonano familiari. Ecco che quella distanza si assottiglia e improvvisamente si percepisce il ritorno di quella Umanità abdicata. 


Mia nonna diceva che al brutto ci si abitua ed è a capire la bellezza che bisogna allenarsi, e quindi mi dico che alla parola femminicidio ci si è abituati. Più di 80 volte da Capodanno ne abbiamo sentito parlare in tv, ne abbiamo letto sui giornali. 


Non mi basta più che i media ne parlino. Come la racconto ai miei figli questa storia? Come si passa dalla notizia alla Storia, con tutto il rispetto e il peso che Quelle Donne meritano? 

Vorrei che ci fosse un passo in più alla semplice cronaca; non mi interessano leggi che puniscano gli assassini, perché



una Società giusta, consapevole e matura non arriva a quel punto. E' necessaria una politica di sostegno, un'Istruzione che si occupi anche dell'affettività e del rispetto reciproco, un'educazione che sappia riconoscere che il patriarcato non è la via. C'è bisogno di politiche che rendano scontati i comportamenti che ora affidiamo al buon senso e alla buona educazione famigliare. 


Vorrei che il dolore e lo scandalizzarsi collettivo tornassero ad essere lancinanti e non nascosti nell'indifferenza di uno sconsolato "può accadere". 


Donna senza volto Matisse


sabato 6 marzo 2021

Il cortile

Mi considero fortunata perché ho sempre potuto conservare il mio attaccamento al sole grazie a un pezzetto di orto urbano durante l'anno e alla sterminata campagna guardiese quando ero bambina; e dal 2001 il giardino di casa, anche quando la casa l'ho cambiata. Poi si è aggiunto un cortile, che ha dilatato spazio, rapporti, autonomia e libertà anche nei miei figli. 
Le loro amicizie si sono fatte fratellanza e a me è sembrato di rimpicciolire la città in paese. La libertà di lasciare i figli incustoditi perché la vigilanza era tra pari, perché i rapporti si equilibravano in una forma di mutualismo spontaneo. 
Il cortile che rendeva tutti uguali, anche quelli dell'ultimo piano,  senza giardino, perché nella sicurezza di un recinto potevano esprimere la propria voglia di aria; il cortile democratico perché di tutti e inclusivo, perché aperto a chi del condominio non è. 

Il cortile fino a marzo 2020. Un marzo che mai come allora mi era sembrato primavera. 

Poi il cortile è diventato inconsapevole spettatore della vita dei balconi, dei giardini. Balconi e giardini coralità di una speranza che allungava le braccia all'estate.  

L'estate ha illuso il cortile con qualche timido pallone che ha ripreso a far arrabbiare la signora delle fragole, per le incursioni nel suo giardino. Perchè quando si è grandi non si contempla l'idea che il pallone va dove lo porta l'aria, anche se i piedi lo vorrebbero mandare in tutte le porte del mondo.  

E poi l'autunno e improvvisamente il ricordo di una primavera che  la mia testa assimila a un inverno. Chiusi. 

Oggi siamo quasi a primavera, me lo dicono le violette che spuntano timide in giardino. 

Un anno fa avevo la certezza che sarebbe stato tutto diverso, dopo tutto questo tempo. Ero certa che quel tempo non fosse arrivato inutilmente, ma che avremmo imparato. 
Imparato a essere solidali, a essere pazienti, tolleranti; che avremmo imparato ritmi nuovi, più naturali, più a tempo con il cuore. 

Ero certa. 

Oggi è quasi primavera, me lo dicono i bulbi che affacciano le loro foglie tra l'erba, ma fa freddo. E non è solo la pioggia a scuotere l'aria, ma l'idea che tutto sta ricominciando a fermarsi. Ancora. 
I ragazzi chiusi in casa, i rapporti congelati, i genitori imbarazzati tra scegliere il lavoro ed essere madre e padre, come dovrebbe essere. 
La certezza che non abbiamo imparato niente, la certezza di essermi illusa mi fa male come quando non ci si riprende da una delusione d'amore. Perché è stato bello credere in un mondo nuovo, in un paradigma che avrebbe potuto essere rivoluzione. 

La fame d'aria è la metafora di questo tempo. Tutto quello che sento di volere è aria e sole.


E oggi rientrando a casa il cortile mi è sembrato piccolo, più piccolo di come lo custodivano i miei ricordi. 









mercoledì 24 febbraio 2021

La lontananza. Ciao nonno.

Oggi è uno di quei giorni la cui ombra mi ha rincorso per anni, forse sin da bambina, quando le chiamate al telefono erano via cavo e rare. Quando ne arrivava una fuori dalle ordinarie del fine settimana coincideva con il batticuore e la fretta di preparare una valigia, che potesse contenere vestiti e un piccolo ristoro al senso di colpa che crea la lontananza.
La Lontananza è il titolo della canzone che ha accompagnato la storia d'amore dei miei genitori. 
La lontananza è diventata il leitmotiv della mia vita, inconsapevolmente. 
La lontananza è stata il motore della mia famiglia.

All'origine di tutto c'è stato un uomo, piccolo e grande allo stesso tempo, che ha avuto l'incosciente intuizione che il dolore della lontananza sarebbe stato meno forte di quello della povertà. 
Se non fosse per quella scelta, forte, che oggi appare anacronistica per il nostro paese, io non sarei qui, non sarei tanto di quello che sono. 

Un uomo, dicevamo, che ha coltivato il sacrificio, come senso profondo della vita; che quando era in pensione zappava la terra come se quella terra potesse essere ultima salvezza. Quella stessa terra che ha saputo farci amare di un legame profondo, atavico, quasi soffocante. 

Oggi quel senso di lontananza soffocante è tornato pesante a farsi sentire. Quella valigia era pronta da qualche giorno, pronta per sedare l'ansia pressante che può avere l'attesa per un figlio che sa che sta arrivando il momento dei saluti. Ma si è lontani e forse non si arriverà in tempo. 

Eravamo abituati ai suoi scherzi. Ce ne ha fatti tanti, a volte anche sadici e anche questa volta pensavamo sarebbe andata così: un highlander si risolleva sempre. Avevamo smesso di contare le tante vite che aveva consumato. 

Invece il 24 febbraio.

Mio nonno era un uomo con tante sfaccettature, da cui ho imparato il peso dell'errore e la leggerezza della rinascita. 

Mio nonno era stato un disertore e questo lo rendeva simpatico a prescindere, ma nel raccontarsi non dimenticava mai di dire che l'eroe era il fratello, quello che alla guerra non si era sottratto, l'eroe di famiglia. 

Mio nonno amava gli animali più che gli uomini, da lui ho imparato ad allattare gli agnelli e a parlare con i conigli. 

Mio nonno amava il rispetto in un'accezione fuori moda, di cui forse ci sarebbe bisogno. 

Mio nonno amava la gente, ma odiava i soprusi, disposto a pagare per contarstarli. 

Mio nonno faceva giocare i bambini con filastrocche e giochi antichi. 

Mio nonno negli ultimi anni cantava, rideva e amava. 

Questo è il nonno che porterò nel cuore. 
E l'ombra diventerà presenza. 







martedì 30 giugno 2020

L'educazione è cosa del cuore

Nel corso del tempo ho provato a raccontare in diverse maniere che c'è un mondo quasi sconosciuto, ma un mondo direi necessario. 
Lo so che state per dire: eccola qui, la solita storia, la solita fissa, adesso ci parla dei ragazzi del fare. 

Fuocherello! 



Vi parlo di chi quotidianamente a questi ragazzi dedica le proprie lezioni, di chi ha deciso che la cura è didattica e l'alternativa la pedagogia. 
I miei colleghi e le mie colleghe sono maestri e maestre nel prendere le strade più amene, quelle che sono state abbandonate in virtù delle tangenziali, quelle che continuano a passare nei villaggi di montagna e nelle frazioni di campagna. 

E' di loro che oggi voglio parlare: i formatori. 

I formatori e le formatrici sono quelli che hanno rinunciato a una identità riconosciuta dalla società, preferendo le smorfie dei parenti e conoscenti che alla domanda che mestiere fai, la risposta non la comprendono. E quando all'ennesimo tentativo capiscono che non sono nemmeno dipendenti di scuole private, gettano la spugna, sintetizzando che tanto non sono insegnanti. 

Ecco parliamo del loro mestiere. 

In questi mesi si sono trovati a reinventare una professione che di identità ne ha mille, ma di strumenti apparentemente uno solo: la relazione. 
In questo lungo periodo di formazione a distanza la relazione è stata faticosissima per tutti, ma per chi è abituato al fare, per chi è abituato a interpretare il linguaggio non  verbale per poter comprendere meglio non detti e vissuti, è stato il pensiero fisso quotidiano. 

La didattica on line è stata bersagliata di critiche e abbiamo sentito ripetere che non è scuola. Io capovolgo l'approccio: la scuola non può essere solo quella a distanza e  un pc non sostituisce il laboratorio. I ragazzi del fare lo sanno bene e da subito si è sentita l'urgenza di trovare un modo per fornire loro strumenti e metodi nuovi. Quello che è successo non è davvero la formazione professionale come deve essere e come i ragazzi se l'aspettavano quando hanno scelto il fare, ma sicuramente potrà diventare quel quid che può sostanziare quel fare cosi prezioso. 

I miei colleghi hanno saputo inventare e riprodursi in ruoli e metodi che nessuno prima ci aveva insegnato. Per dirla meglio, non eravamo stati preparati se non alla cattedra, al laboratorio, consapevoli che più che  in un registro o in un libro la nostra forza è racchiusa nell'empatia. 
E' stata proprio l'empatia e la voglia di arrivare ad ognuno dei nostri ragazzi a darci la forza di superare la fatica di una didattica che non avrebbe mai soddisfatto i nostri desideri, le nostre convinzioni e i bisogni degli allievi. 

Questa esperienza di tempo sospeso è qualcosa che resterà impressa nei nostri ricordi, come un tatuaggio e sarà difficile tornare al prima. Tutto del futuro che ci aspetta subirà il confronto con il prima. Un prima che non era perfetto, ma che a noi ora sembra persino da esempio, un riferimento per ritrovare una sperata normalità; ma forse la normalità assumerà significati nuovi, diversi e al momento imprevedibili. La formazione professionale ha sempre saputo adattarsi a storie e convenzioni nuove, perché la politica le ha sempre giocato qualche scherzo. 

A volte mi sorprendo a pensare alle gite di classe come esperienze troppo lontane per essere replicabili e mi chiedo come potranno sopravvivere degli studenti che spesso certe esperienze le vivono solo grazie alla scuola. Poi mi dico che i miei colleghi sono talmente speciali che riusciranno a inventare un mondo formativo nuovo, perché in emergenza hanno fatto quasi miracoli. Un po' a modo loro sono stati degli eroi: hanno contenuto ansie, controllato distanze e accompagnato dispersi. Hanno continuato a far sentire dei ragazzini distanziati e soli parte di un gruppo, ogni giorno, nonostante difficoltà tecniche e psicologiche, nonostante frustrazioni e impotenze. 

Si è parlato tanto di scuola, di rientro e di assenza delle politiche scolastiche, ma mai, e quando dico mai c'è in me la volontà di assolutizzare il concetto, si è menzionata la formazione professionale. Non si pensa che tra gli adolescenti c'è una buona fetta che ha indirizzato i propri interessi verso delle professioni  e per impararle studia, frequenta, si rapporta con insegnanti e professionisti. Questa a mio avviso è una grave mancanza, perché è come se un corpo non si accorgesse di una sua parte, come se un braccio non sapesse di avere la mano.  Una comunità non può fare a meno degli artigiani, proprio per questo una comunità che non riconosce il giusto ruolo a chi questi artigiani forma è monca. 

I formatori provano a costruire autostime distrutte o inconsce, attraverso ponti di cultura e saperi e gli allievi, attraverso un mutuo gioco di fiducia restituiscono consapevolezza che li accompagna verso l'età adulta. E' un processo che mi affascina ogni anno, ogni volta che saluto un ragazzo o una ragazza al termine del suo colloquio di esame. Una esperienza che lascia il segno ogni volta in modo diverso, unico e irripetibile, perché unico e irripetibile è l'essere umano e l'alchimia che crea nella mescolanza delle esperienze. Eppure mi attraversa allo stesso tempo la frustrazione di non saperlo dire al mondo nel modo giusto, di non saper riconoscere a questa fetta di giovani donne e giovani uomini la giusta importanza. 


Forse aveva ragione don Bosco a dire che l'educazione è cosa del cuore



venerdì 19 giugno 2020

In bocca al lupo ragazzi!



Avreste dovuto cucinare, mescere, accogliere.

Per anni vi abbiamo riempito la testa di informazioni utili a sostenere una settimana d'esame [che manco la maturità!]; un esame percepito lungo una vita, per voi che amate il fare.

Mi ritrovo a cercare le parole per dirvi che ci saremo come sempre ci siamo stati, ma questa volta le parole giuste non le trovo. Mi manca tutto.

Mi mancheranno gli sguardi di sottecchi mentre la commissione passa in cucina, mi mancheranno i movimenti controllati di quando fate accomodare gli ospiti a tavola, mi mancherà la faccia compiaciuta con il vostro piatto decorato tra le mani.
Mi mancherà sentirvi recitare le etichette dei vini che state per servire e l'intonazione maccheronica di un discorso in lingua straniera.
Sentirò la mancanza di quel groppo in gola che vi fa apparire meno sicuri e spavaldi del solito e che a noi formatori fa dimenticare le arrabbiature passate.

La mancanza è stato il "sentire" che ci ha abitato di più negli ultimi mesi.

Abbiamo pensato a tutti i nostri ragazzi, uno per uno, ma a voi che state per fare l'esame un po' di più. 
Vi si sta togliendo l'esperienza per la quale avete lavorato dal primo giorno in cui avete messo piede in laboratorio, i giorni che vi abbiamo fatto sospirare come la resa dei conti, la somma di tutti i sorrisi e le lacrime, l'impegno e la pigrizia.

Abbiamo trovato insieme un modo nuovo per fare didattica, anche un po' divertente forse, e grazie a voi che siete stati tanto generosi da non tirarvi mai indietro a ogni proposta strampalata, chi verrà dopo  troverà probabilmente un po' di fluidità in più. 
E' stata una didattica strana, nuova, di cui sicuramente salveremo qualcosa; il prossimo anno potremo invitarvi come special guest nelle classi prime per mostrare dal vivo quello che sapete fare e indicare loro quale sia la strada. 

Vi siete trasformati, siete cresciuti e la resilienza è diventata la vostra sostanza. Chi era pigro ha provato a stringere i tempi della sua pigrizia, chi era ombroso ha provato a essere sorridente e chi era permaloso ha trovato un po' di autoironia, perché la distanza ha il pregio di tenere a bada l'impulso. I creativi sono diventati ancora più ricchi di colori e i precisi ci hanno dato tante soddisfazioni.

Tanti di voi sono pronti per andare in tv a forza di video ricette e presentazioni multimediali!

Ci resterà il cruccio di non avervi visto abbastanza, nascosti in quella vergogna adolescenziale che "la telecamera è rotta prof". Così da lunedì correremo il rischio di trovarvi diversi: uomini e donne a cui questi mesi hanno lasciato il segno.
Forse non vi riconosceremo, o forse si, perché in questi mesi ci avete detto tanto di voi, ognuno a modo suo, ognuno con le sue particolarità, ognuno con i suoi silenzi.

Questa esperienza così paradossale vi ha tolto tutto della scuola, perchè per voi scuola non significa "libri", ma "mani". E le mani ve le hanno imbrigliate, vi hanno accomunato a tutti gli altri studenti, senza considerare che una professione si impara provandola, agendola.
Ma vi siete adattati e adesso state arrivando alla meta. Una meta che sa di scorciatoia per qualcuno, perché privato anche dello stage, il momento più sospirato di tutto il percorso. Questo è un altro dei nostri crucci: non essere riusciti a proteggervi abbastanza. Ma un'emergenza è un'emergenza e non potevamo prevederlo, nonostante tutti i discorsi sul non rimandare a domani quel che puoi fare oggi con cui vi abbiamo annoiato. Mannaggia anche i prof. sbagliano! e anche noi ci siamo fatti trovare impreparati, ma abbiamo imparato tantissimo. 

Una promessa ve la voglio fare: mi impegnerò al massimo per dire a tutti quanto lavoro c'è dietro un bancone del bar, quante lacrime a volte si nascondono nelle cucine e quante suole delle scarpe si consumano in una sala di ristorante. Quanta professionalità in un mestiere fatto per farci stare bene, per regalarci attimi di leggerezza che in questi mesi ci sono mancati così tanto. 

Cercate di non mortificare i vostri talenti, accuditeli e fateli diventare vocazione. E' la vocazione che fa la differenza e che vi renderà indispensabili agli altri. 

In bocca al lupo ragazzi!

La Bianco

Immagine https://www.nanopress.it/cultura/2015/11/02/perche-si-dice-in-bocca-al-lupo-e-si-risponde-crepi-il-lupo/96687/



domenica 3 maggio 2020

La Responsabilità della normalità


In questo periodo di quarantena ho pensato ogni giorno alle mie nonne. Ogni giorno ho pensato a come potessero vivere un momento simile e a come avrebbero commentato le parole di Conte a ogni diretta. Quasi sempre ho concluso il pensiero con sguardo divertito, perché le mie nonne si esprimevano solo in dialetto stretto, e il dialetto si sa non è mai molto generoso di mediazioni e diplomazia.

Non nascondo di aver ringraziato che siano andate prima di questo tempo metafisico. Di aver loro risparmiato la distanza e il tempo dell'attesa. 
Le mie nonne sono due donne che hanno aspettato tutta la vita il rientro a casa dei propri figli, migrati a 800 km di distanza con la promessa del ritorno. Invece non sono mai tornati, stabilmente intendo. Aspettavano Pasqua e l'estate per riabbracciare i propri ragazzi e godere di quella che è stata per lungo tempo l'unica nipotina. E in un'epoca come questa avrebbero sofferto del clima sospeso, del non sapere quando e se.

La più anziana delle due, quella paterna, aveva un attaccamento morboso alla Terra. Spesso non la si trovava in casa, perché nell'aia a zappare o a tagliare l'erba con il falcetto, in un'epoca in cui tale strumento era superato per ideologia e tecnica; per lei zappa e falcetto erano le certezze, la guida, la filosofia di una vita semplice e povera, ma che rispettava tempi e modi di Madre Natura. 
L'altra, quella più giovane, viveva di relazioni. Davanti casa c'era il suo quartier generale, dove si custodivano confidenze, pettegolezzi allegri, pensieri impegnati e disimpegno. Si sbucciavano le patate, si pulivano le fave e si setacciavano i fagioli. E si cantava. In una sintesi perfetta che si muoveva tra tempo e spazio e forse anche in una forma primordiale di politica. Poi c'erano le battute sagaci di mia bisononna che riuscivano a dare una lettura perfetta e lucida della realtà. 

La prima, quella più anziana, forse non si sarebbe nemmeno accorta del lockdown, se non nei giorni di Pasqua, giorni in cui avrebbe preteso ugualmente la presenza dei due figli e rispettive nuore, perché le feste comandate erano un obbligo a cui non ci si poteva sottrarre, un dovere riconosciuto ufficialmente da quella che era la mentalità patriarcale del mondo rurale della Maiella.
La seconda, quella più giovane, avrebbe organizzato un piccola comunità tra le vicine (ho imparato da lei che spesso le decisioni importanti le prendono le donne, e per questo mi correggo dicendo che da quelle parti la famiglia segue una linea matriarcale) in una dimensione di mutualismo naturale e scontato, perché lei aveva subito la guerra e lo sfollamento e il marito disperso da giovanissima. Una bambina, diceva sua madre, che riceveva le visite della suocera scendendo dall'altalena. 

Ho pensato a loro ogni giorno perché è stata la narrazione di un tempo antico, attraverso il loro sguardo, (quello che ti resta impresso nel sangue, quando chi ami se ne va) a indicarmi la via in questi 55 giorni e forse qualcuno di più.  
Ho ascoltato il tempo, ho misurato lo spazio e ho affinato l'olfatto. Ho goduto la casa e il giardino come mai avevo fatto. Ho cucinato. Ho condiviso. Ho litigato e mi sono rappacificata. Ho cantato, ho nutrito l'anima di pensieri e di note. Ma  in una dimensione diversa. Non posso dire nuova, ma semplicemente ritrovata. Ritrovata perché sono intimamente convinta che così dovrebbe essere sempre. 

E adesso mi dicono che tutto questo finirà, che piano piano la vita prepotente si riprenderà il ritmo. E invece no, io non sono pronta: primo perché non è tempo, non siamo ancora al sicuro; in secondo luogo perché non voglio perdere quanto di buono ne è uscito da questa emergenza fantascientifica. 
All'inizio mi ero detta che qualcosa avremmo imparato, l'auspicavo. Ma a sentire il rumore intorno, ho l'impressione che si siano acutizzate le brutture di prima: i prepotenti sono più prepotenti in nome del mercato, gli irresponsabili più irresponsabili in nome della produzione, i superficiali ancora più superficiali in nome di una normalità che deve tornare. 
La normalità che io cerco è forse la straordinarietà di una vita che è unica e si moltiplica nella reciprocità e in quel mutualismo che mi mostrava mia nonna. 
Quella normalità di una Natura che si è ripresa il suo spazio, la normalità delle relazioni vere che si cercano al di là del tornaconto, dei rapporti autentici senza il giudizio e lo stigma. 

Le mie nonne queste cose le sapevano e inconsapevoli le declinavano nelle loro esistenze, in una forma di spiritualità atavica che in questo tempo, anche quando la ritroviamo, non ce la sappiamo tenere. Forse la chiave sarebbe recuperare il senso profondo che nasconde la parola Responsabilità, in una dimensione in cui so prendermi cura del mio prossimo almeno quanto di me stesso. 









martedì 7 aprile 2020

Il vuoto della distanza



In questi giorni l'attenzione è puntata sulla bravura degli insegnanti ad adattarsi all'emergenza. Tanti occhi sono puntati sulla Scuola, come se improvvisamente ci si fosse accorti dell'importanza che quest'istituzione potrebbe avere in una società. [Il condizionale non è da distrazione.] 

I segni che distinguono la professionalità di un docente non sono dati dalla capacità di accogliere i propri studenti in un tempo diverso dal prima, ma da quanto ci si sappia adeguare alla didattica a distanza. Si è dei bravi insegnanti perché si sanno scegliere saperi da pubblicare e piattaforme da abitare, in uno spazio che è metaforico, ma tanto reale quanto pressante. La bravura dei docenti non sta nel saper riconoscere i bisogni dei suoi ragazzi, ma nell'abilità che dimostrano nel trasformarsi in divulgatori, affinchè a chiunque sia resa riconoscibile l'evoluzione del ruolo [non l'autorevolezza], la prontezza nel curare contenuti secondo modelli nuovi. Curare contenuti: il buon Don Milani vorrebbe questo verbo scritto con la maiuscola, ma la Cura chiede vicinanza. La definizione della didattica a distanza è precisa, antitetica alla vicinanza che reclama il linguaggio non verbale, l'arma che rende il mestiere dell'insegnante così prossimo a quello dell'attore, quello stesso linguaggio che ti fa entrare nei cuori, prima ancora che nei cervelli, permettendo ai discenti di innamorarsi del sapere, grazie alla capacità di stare in aula come mai nessun altro allieva avevo incontrato prima.
La Cura ti guarda negli occhi, cerca le ombre. La Cura sa riconoscere gli ultimi, i distratti, quelli sul pezzo e le eccellenze, che a dirla tutta, qualche volta possono confondersi con le disabilità. La Cura porta alla meta tutti, ma non in egual misura e con gli stessi mezzi. Tutti vincono. 

Invece in questa corsa stiamo perdendo tutti. Gli insegnanti perdono il mestiere, nel reale pericolo di vederlo mutato, prima ancora che riconosciuto;  i ragazzi perdono l'arricchimento del confronto, della ricerca e forse anche dell'errore, i genitori perdono equilibrio nell'ansiosa rincorsa al risultato, all'evidenza, alla messa alla prova.
Come mi diceva qualche giorno fa un'amica insegnante, si rischia di trasformare la didattica in un videogioco, in una gara a quiz. Ci si ritrova a distribuire nozioni come le carte di una partita a scopa, per dare l'idea che si sta andando avanti, che non li si lascia soli. 
E invece non sono soli, sono isolati. 

In tutta questa discussione nazionale ci si è distratti dimenticandosi  una categoria di studenti, i ragazzi del fare, quelli che hanno scelto di mettere in campo altre intelligenze, che hanno scelto le mani, prima ancora dei libri. Quelli di cui non parla mai nessuno, perchè in Italia quasi non c'è  un sistema che li consideri, tanto che ogni Regione si organizza come meglio crede. Quelli per cui, anche se in età di obbligo scolastico, il Ministero mette poche risorse e per il resto ci pensa il Fondo Sociale Europeo. Quelli che spesso nelle statistiche nemmeno compaiono. Quelli che coincidono con meno strumenti, meno consapevolezza, più difficoltà. 
Questi ragazzi sono  gli stessi che trovate quando andate a prendere un aperitivo, quando fate la messa in piega o portate la macchina dal meccanico. Loro avevano scelto una scuola professionale, pratica, in primis perchè seduti al banco, fermi, non ci volevano stare, poi magari si sono anche scoperti talenti di una professione che avevano avvicinato quasi per caso. Avevano imparato a coltivare dei sogni, che gli avevamo insegnato a far diventare progetti. Ora si è arrestato tutto, in una dimensione che paradossalmente il mondo definisce loro. Ci siamo raccontati un storia che non aderisce ai fatti: non sono tutti nativi digitali, perchè banalmente se non puoi permetterti i giga e gli strumenti, alla fine di tutta questa storia non avrai imparato come gli altri, non avrai raggiunto gli stessi obiettivi e i progetti saranno tornati ad essere sogni, troppo grandi per dar loro concretezza. 
Gli insegnanti avranno curato contenuti, ma non il loro bene più prezioso che sono i ragazzi. 

Quando finirà questa emergenza e tornerete al bar, dalla parrucchiera o dal meccanico pensateci, pensate al vuoto che ha creato la distanza, pensate alla didattica che si è persa nella mancanza di uno sguardo e nella mancanza della parità sociale. 





mercoledì 11 marzo 2020

Ragazzi cari


Ragazzi cari,
sono ore convulse. Ore in cui si rincorrono notizie e emozioni. Ore in cui noi formatori stiamo lavorando forsennatamente per capire lo strumento giusto, la parola più azzeccata per comunicare con voi.

Non è semplice da un giorno all'altro cambiare approccio, lasciare che siano solo le parole scritte a parlarvi; proprio a voi che le parole piacciono così poco e che scegliete sempre e comunque i fatti. Le opere, come dicevano gli antichi, sono la vostra cifra.

Avete scelto una scuola professionale apposta, mica per stare sui libri. E invece in questi giorni vi chiediamo di stare fermi, chiusi in casa, senza la possibilità di un bella raga e di arrivare in ufficio da me in puntuale ritardo con una serie di scuse a cui nemmeno voi credete intimamente.
Improvvisamente le alzate di voce, i toni scomposti, i compiti non fatti, lo stress di una campanella che suona sempre nel momento sbagliato ci mancano, e forse mancano anche a voi.

Avrei voluto ogni giorno guardarvi negli occhi e ripetervi fino alla nausea tutte quelle raccomandazioni, che in questo momento non basta siano i vostri genitori a farvi. Tutti avremmo voluto farvi imparare a memoria che in questi giorni non possiamo stare stretti tra noi, che non è sano passare un giorno al centro commerciale [già lo sapete che per me non è sano mai!], che andare a bere il chupito in queste sere è più idiota di tutte le altre volte.

Avrei voluto toccarvi una spalla, un braccio, una mano, la guancia per dirvi in un buffetto tutte le parole che il dizionario contiene al significato di tranquillità. Purtroppo per il momento non è possibile e allora raccolgo le energie per starvi vicino in un modo nuovo.

Persino i più tecnolesi di noi si stanno attrezzando per riuscire a comunicare con voi, per darvi materiale e strumenti che vi stuzzichino e che possano raggiungervi ovunque.

Da questa storia usciremo tutti diversi e migliori, ne sono sicura.
Stiamo imparando, forse un po' meno sui libri, ma stiamo imparando di empatia e resilienza. Sapete cosa vuol dire? Che stiamo imparando ad adattarci, a cambiare idea con umiltà; stiamo imparando che questa volta tocca a noi e così forse quando incontreremo qualcuno con fortune e sfortune diverse dalle nostre, sapremo essere accoglienti e tolleranti, in nome di una malasorte ( sfiga come dite voi), che se anche in misura e forma  diversa, abbiamo già vissuto. 
È difficile dirvelo, pensando agli occhi girati in sù  e ai sospiri di fastidio, che normalmente si produce in aula, ma abbiate cura di voi. Abbiate cura della vostra anima, non lasciatela in balia del brutto e dell'arroganza.

Seguiteci, anche se da lontano.

Provate e fidarvi di noi. Noi ci fidiamo di voi. Sappiamo che non uscirete per preservare anche la salute di noi più grandi e per preservare un sistema sanitario di cui avremo bisogno tutti, voi come noi. 
Cercheremo di fare il nostro lavoro anche da qui, sebbene il qui sia imprecisato e non troppo fisico, sebbene ci mancheranno reciprocamente sguardi e intonazioni. (Che poi dai su, quelli vi sono rimasti impressi no?!)

Diamoci la mano ragazzi. Anche se solo virtualmente teniamoci stretti e al ritorno saremo tutti più preziosi. 

Vi abbraccio forte, voi e le vostre famiglie!
La Bianco


domenica 8 marzo 2020

Recuperiamoci

Abbiamo evitato ai nostri figli le guerre guardando a quelle degli altri con la distanza del mero scambio politico. 
Abbiamo risparmiato alle ultime generazioni la fame, pensandola come colpevole dimostrazione di un'inettitudine sociale e non come l'esito di un sistema economico in cui qualcosa non funziona. 
Abbiamo gridato odio a chi ci mostrava la propria disperazione, facendo a gara a trovare disgrazie più grandi in nome di una civiltà, forse persa per sempre. 
Abbiamo puntato i piedi per comunicare l'incapacità a ricoprire ruoli di potere, pensando di dimostrare il contrario. Abbiamo dato alla prepotenza il compito di nascondere inadeguatezza. 
Abbiamo compensato la nostra assenza con strumenti e beni con chi amiamo o chi dovremmo amare. 
Abbiamo rinunciato alle cose semplici, alla ricchezza delle parole, alle potenzialità degli abbracci (che fossero fisici o metaforici). 

Abbiamo, e non siamo più. 

Non siamo più capaci di fermarci, di recuperare emozioni e relazioni. 
Non siamo empatici, prede di un individualismo, che ci impone di riempire centri commerciali nonostante sia chiaro a tutti  che è pericoloso. 
Non siamo fiduciosi, sicuri che chiunque ci stia fregando, che qualsiasi scelta fatta nasconda sempre un secondo fine.
Non siamo riflessivi; questo tempo così paradossale potrebbe essere una grande occasione per recuperare creatività e forme inedite. 
Non siamo disponibili a provare strutture organizzative nuove, anche economiche, per generare e non consumare. 
Non siamo pronti al confronto con realtà diverse che possano mettere in discussione le nostre certezze e le nostre quotidianità.

Ci siamo persi l'Essere,  badando solo all'Avere. 

Recuperiamoci. 



martedì 3 marzo 2020

Ci siamo ammalati tutti

Abbiamo vissuto una settimana strana in cui alcune certezze ci hanno guidato nelle cose importanti della quotidianità: la scuola, il lavoro, la spesa, il tempo libero, lo sport. Tutti siamo stati guidati dal male del nostro tempo, la tuttologia nella sua specialistica branca del pressapochismo.

Ci siamo ammalati tutti. Chi di superficialità, chi di ipocondria, chi di smania di notizia ( nel doppio senso dal volerla cercare al volerla dare).
Ci siamo ammalati di individualismo e di diffidenza. 

È stato detto tutto e il contrario di tutto senza lasciare diritto di replica alla coerenza. Tanto da chiudere alcuni settori della vita pubblica, ma lasciarne altri completamente alla mercé del non detto. 
Cosi le scuole pubbliche hanno chiuso le porte a studenti e personale, ma la formazione professionale, che sempre di apprendimento si occupa, le porte le ha aperte solo al personale. ( che poi un contesto formativo senza allievi di fatto non perde il suo senso più profondo?)
Le palestre comunali si sono fermate, ma quelle private hanno compiuto la loro missione (come se i flagelli riconoscessero le tipologie di utenze)
Per non parlare delle corse nei centri commerciali, perché lo sanno tutti essere luoghi sterili, a riempire carrelli della spesa di roba che nemmeno in guerra ti mangeresti.
Ci siamo anche dimenticati delle Paure degli altri: improvvisamente sono sparite le guerre, i tiranni e le ingiustizie che ci hanno scaldato l'inverno. 

Eppure è successa una specie di magia: finalmente persino l'operoso nord si è dovuto fermare. Per paradosso proprio chi "la neve alta un metro, ma le scuole aperte, perché io devo lavorare,  mica sono del sud " ha dovuto suo malgrado accettare e adattarsi. Prima con atteggiamento spavaldo e temerario, sprezzante di un pericolo che nel profondo si crede inesistente. Poi, quando il pericolo si è fatto più vicino, più concreto allora è partita la corsa all'amuchina, alle mascherine, alla spasmodica ricerca di dati statistici, che nella migliore delle ipotesi non si sa come interpretare

Nemmeno in questa occasione si è stati capaci di rallentare, di sospenderci. 
Si è guardata l'economia, prima ancora che la salute, in una visione miope che non tiene conto di quanto un sistema di sanità malato possa irrimediabilmente pesare sull'economia globale. 

Poteva essere un momento prezioso per recuperarsi come genitori, come figli, come coppia e perché no...come azienda. Nei momenti di difficoltà ricentrarsi serve per andare oltre, per trovare nuove strade, per fissare nuovi obiettivi, trovare stimoli creativi innovativi. 

Abbiamo scoperto con un bel po' di ritardo che il telelavoro funziona e che no, i lavoratori quando responsabilizzati e fidelizzati non ne approfittano, producono e si spronano. Tuttavia sono stati pochi a poter usufruire di questo servizio, perché le aziende non sono tecnicamente pronte, perché i datori di lavoro non lo sono psicologicamente. 

Eppure il paradosso è che il cittadino medio è iperconnesso nella sua quotidianità, a prescindere dal suo ruolo e dalle sue reali necessità professionali. Cosi che le notizie in questi giorni non avevano tempo di trovare il proprio pubblico, che quelle successive erano già distribuite. Ecco che tutti si sentono autorità. 

Si chiama Covid 19 questa volta, ma per me è accidentale, perché quanto sta accadendo potrebbe delinearsi in altri fenomeni. 
Mentre scrivo non ho un'idea chiara del percorso che farà questa storia, oltre i giorni persi di scuola e i ristoranti vuoti,; ma se la coltre di smog è diminuita a causa della peste del 2020, forse possiamo guardare i dati di questi giorni con un punto di vista nuovo.

Se abbiamo il coraggio di abbandonare le nostre certezze e i nostri paradigmi di egocentrati, forse si sarà più resilienti e capaci di non sprecare le occasioni per riappropriarsi della nostra Umanità, anche nella sua accezione di semplicità.







mercoledì 23 maggio 2018

Soddisfazioni

Quando arrivano al primo anno hanno reazioni negative e inconsulteogni volta che si pronunci la parola libro. Poi si comincia con la didattica, inventandosi ogni giorno qualcosa di nuovo per interessarli e anche un po' affascinarli.

Libri da leggere, da schedare per rinamorarli alle letture, appassionarli alle storie. Chissà magari un giorno verrà voglia anche a loro di scriverne.


Poi li si porta al Salone del libro, e tra tante preoccupazioni di averli portati in un posto incomprensibile per loro, succede che ti sorprendano.

Regali. Regali alla prof. Regali scelti con logica. Regali che chiedono di leggere in classe a lezione.

Soddisfazioni.

martedì 16 giugno 2015

Giovanni Carena, lo conoscevo.

Avevo sedici anni circa quando, un sabato pomeriggio il mio papà mi disse che il Suo Amico Pittore mi voleva insieme a qualche amica nel suo studio, come modella per dei ritratti.  
Non credo di aver colto davvero il senso di quel pomeriggio allora, ma poi negli anni, dentro di me quel ricordo è diventato sempre più prezioso.

Ci andai con l'amica di sempre, Ester.
Quando entrai in quella casetta liberty che mi aveva sempre incuriosita, al centro di Pinerolo, mi sentii come la protagonista del Giardino Segreto, pensando di varcare la soglia di un mondo magico e nascosto, privato. Ho memoria di una stanza disordinata, polverosa, piena di tele e tanti rotoli. Ma il Maestro, come capii che andava chiamato, con sicurezza  vi trovava qualsiasi cosa cercasse.

Con aria burbera e decisa ci fece sedere al centro di quella stanza, che nei miei ricordi è enorme, e cominciò a tratteggiare i nostri volti con un carboncino su dei fogli di carta giallina.

Poi come annoiato, cambiando registro mi mise un cappello di paglia tutto polveroso in testa, che uscì come dal cilindro di un mago, dagli  scaffali che contenevano centinaia di fogli arrotolati, per me in quel momento misteriosi.

Ricordo che inizialmente non mi piaceva tenere quella roba in testa, ma poi mi prese forte il senso di essere parte di una Bellezza che stavo studiando in quegli anni, al liceo, nelle lezioni di storia dell'arte. Mi sentivo come la protagonista di un quadro di Renoir !
Il Maestro mi guardava, apparentemente distratto, e tratteggiava questa volta con i pennelli, su un foglio grande quasi di recupero. Dopo poco avvenne la magia: mi mostrò l'opera d'arte, ancora colante che aveva me come centro. 

Mio padre provò a convincerlo a venderglielo, ma il Maestro non ne volle sapere. 
Solo qualche anno dopo, grazie a una fortunata coincidenza [anche se io sono convinta che nulla accada per caso] riuscimmo a entrare in possesso di quel quadro.
Quel quadro mi ha seguita ovunque io mi sia spostata, aldilà del valore artistico, ha per me un valore emotivo grandissimo. Molti dicono che non mi somigli, io invece credo che il Maestro abbia saputo cogliere qualcosa di molto intimo, che forse allora solo io e lui conoscevamo, ognuno con il proprio paradigma.

Era il 1990, forse febbraio, il 15 novembre dello stesso anno il Maestro si è spento.

Il Maestro era Giovanni Carena.
Il 9 maggio avrebbe compiuto 100 anni. La sua storia è così ben tratteggiata in un libro che ne racconta i lati conosciuti e quelli più in ombra, dalla nipote Ilaria Carena.

Ritratto ad acquerello di G. Carena

Ritratti a carboncino di G. Carena

domenica 14 giugno 2015

Chiedevano pane e pace

Mi piace sempre far toccare la Storia ai ragazzi del fare e così eccoli ad ascoltare i protagonisti quasi a bocca aperta. 

Antefatto: con la collaborazione dell'Anpi di Pinerolo e la guida del suo Presidente Riccardo Vercelli, abbiamo organizzato una passeggiata resistente, vale a dire una camminata per le vie di Pinerolo con l'obiettivo di conoscere monumenti e targhe dedicate alla Nostra Resistenza. I ragazzi hanno imparato ad alzare lo sguardo, sia concretamente, sia metaforicamente, e conoscere nomi e storie di chi la Storia l'ha fatta.

Sono venuti in classe David Terracini, di famiglia ebrea, Giovanni Panosetti, nato in un lager e Maria Airaudo, staffetta partigiana. Si sono presentati ai ragazzi, ognuno con le proprie storie e con le proprie anime. 

Le emozioni sono state forti per ognuna delle tre storie: partecipazione per il pianto di Panosetti, che ancora oggi si commuove a raccontare la sua storia e quella dei suoi genitori, stupore per una famiglia ebrea che è così tanto riconoscente al mondo, nonostante il buio che ha sopportato, ammirazione per una novantenne che ha l'energia e l'entusiasmo dei vent'anni.

Maria ha conquistato tutti con gli aneddoti che ad uno ad uno ha regalato a chi l'ascoltava, con il desiderio di trasmettere l'amore per la Libertà e l'Impegno.

I ragazzi hanno visto materializzarsi davanti a loro quanto studiato sui libri in precedenza e attraverso i volti di chi raccontava hanno potuto riconoscere gli stati d'animo che i libri istituzionali non riportano. Hanno imparato che la Storia, quella con la S maiuscola, è fatta di tante piccole storie che si prendono per mano. Come il destino della radio della famiglia Terracini: agli ebrei era vietato possederne una, così la mamma di David deve separarsi dalla sua, ma lo fa nascondendo un biglietto al suo interno [con grafia e stile da romanzo di appendice] . E proprio come in un romanzo questa radio alla fine della guerra tornerà in possesso della famiglia in questione, grazie a un Giusto che ebbe la sensibilità di credere al biglietto nascosto.

O come le medaglie al valore che sono state consegnate non tanti anni fa al sig. Panosetti in memoria dei suoi genitori e che lui interpreta come un piccolo riconoscimento morale e un tributo al sacrificio di chi gli ha dato la vita.

O come il grido di Maria, che racconta che i giovani abbracciavano la causa della Resistenza, perchè mossi dal desiderio di Pane e Pace.

L'applauso che è partito spontaneo dai ragazzi verso i tre ospiti, all'esortazione di Maria "non arrendetevi mai!", mi piace pensarlo come un tributo a chi con la propria lotta ha permesso che oggi siamo liberi di ascoltare e parlare.








mercoledì 27 maggio 2015

I ragazzi del fare al Senato

La nostra senatrice del territorio, Magda Zanoni ha invitato i nostri allievi a visitare il Senato della Repubblica. Abbiamo deciso di accettare.

Facciamo un passo indietro...
I ragazzi del 4^ anno Tecnico di cucina, un corso sperimentale che finalmente incorona i ragazzi del fare di un diploma [il diploma di 4^ livello EQF europeo, di fatto l'unico diploma europeo esistente in Italia], affrontano la didattica con un approccio pratico e interdisciplinare. L'apprendimento si misura grazie alle UDA [unità didattiche di apprendimento]. I formatori pensano per loro le tematiche e cercano strade alternative per interessarli ad argomenti apparentemente ostici.

I nostri ragazzi sono cuochi, o aspiranti tali e ovviamente per loro tutto deve passare dai fornelli, altrimenti non è di loro interesse. Così, grazie all'intuizione di alcuni colleghi, abbiamo messo insieme la Storia del Paese, la cittadinanza attiva e ovviamente l'enogastronomia. Ecco che è nata l'UDA "Pranzo degli autori della Repubblica Italiana"

A partire dalla splendida pubblicazione" I menù del quirinale" dell'Accademia della Cucina italiana, che ci è stata gentilmente donata direttamente dall'Accademia, i ragazzi hanno selezionato alcuni piatti che costituissero il menù che si confacesse ai loro gusti e studi.

Così il 18 maggio presso i locali del Museo del Gusto di Frossasco il sindaco di Pinerolo Eugenio Buttiero e al Senatrice Magda Zanoni, insieme alla giunta comunale e ad altri rapprensentanti del territorio hanno potuto gustare quanto preparato dai ragazzi. 


A seguito di questo approfondimento la Senatrice Magda Zanoni ha invitato i ragazzi e i loro formatori a visitare il Senato della Repubblica ed eccezionalmente, a fronte dell'indirizzo di studi, a pranzare presso il ristorante del Senato.
Cosi siamo partiti...

Dopo l'iniziale imbarazzo per la scelta dell'abito più adatto i ragazzi del fare hanno accolto il viaggio con entusiamo. Ci hanno onorato della loro presenza a pranzo la nostra ospite Magda Zanoni e la vice presidente del Senato Valeria Fedeli. Per i nostri allievi è stata una bellissima occasione per essere trattati da pari da personaggi di  levatura morale e intellettuale, senza giudizio e senza mediazione.

Nel pomeriggio abbiamo potuto assistere alla seduta del Senato e alle dichiarazioni di voto per il DdL contrasto al cyberbullismo


Cosa hanno imparato:

  • che le Istituzioni sono molto più vicine e concrete di come le abbiano percepite fino ad ora
  • che la scelta è strategica: bisogna scegliere da che parte stare, perchè comunque qualcuno che scelga per te c'è sempre
  • che l'abito fa il monaco: ci sono dei luoghi e dei momenti in cui è necessario un dress code al di là delle proprie convinzioni su cosa sia stile e moda
  • che ci sono luoghi in cui si respira la Storia del nostro Paese 
L'esperienza è stata eccezionale, forse irripetibile, grazie ai formatori che hanno avuto l'intuizione didattica, ma soprattutto grazie agli allievi che hanno saputo accogliere gli stimoli e farsi condurre in un mondo che poco gli apparteneva.

Cosa hanno imparato i formatori:

  • che i programmi, come li intende la vecchia scuola, hanno bisogno di una progettazione nuova e personalizzata, che tenga conto di tempi e modi di apprendimento dei singoli e dei singoli nel gruppo, ognuno per la sua specificità
  • che i borbottii dei ragazzi se guidati e non contrastati si trasformano sempre in sorrisi
  • che dare evidenza del proprio lavoro è importante per portare alla luce le qualità dei ragazzi anche a se stessi
Non resta che andare avanti...

lunedì 25 novembre 2013

Non sempre è il 25 novembre

Stamattina grazie al Sottodiciottofilmfestival ho portato i ragazzi del fare a vedere la Bicicletta verde.
Un film davvero gradevole, discreto e elegante. Nonostante l'argomento triste e spinoso, il tema della violenza si manifesta sul video in punta dei piedi e proprio per questo il groppo in gola si presenta puntuale, ma senza aggressività.

Ci siamo portati a casa, i ragazzi ed io, tanta voglia di pensare.
Le donne vittime di pregiudizi,
le donne vittime di stereotipi,
le donne vittime di falsi credo,
le donne vittime di se stesse,
le donne vittime degli uomini...
ma le donne...

Altri ragazzi erano presenti in sala: quanta fatica stare a guardare una violenza che si declina senza spari, senza botte, senza stupri...senza sangue.
Ma una violenza fatta di pensieri, di parole e di semplici gesti quotidiani, che tanto semplici non sono e che racchiudono un preciso disegno sociale, è difficile da riconoscere.

I nostri ragazzi, ma forse anche noi adulti, siamo vittime dell'idea stessa di violenza che ci è stata trasmessa dai media e non solo. Quanto è facile pensare che solo se ti mena un uomo è violento. Quanto è facile pensare che in fondo non la meni la tua ragazza e quindi non si può dire tu sia violento.

E oggi mentre guardavo il film pensavo ad un ragazzo che l'altro giorno sul treno telefonava alla morosa, ai suoi toni, alle sue parole, ai suoi modi. Una telefonata che si portava dietro tanta aggressività, quanto un occhio nero, tanta forza quanto un ceffone, tanto fastidio quanto una violenza.
E io pensavo. 
E avrei voluto strappare il telefono per aprire gli occhi a chi era dall'altro capo del telefono. 

Quella telefonata era carica di qualcosa di triste e spinoso, che non si presentava però in punta di piedi...
Ma sono rimasta impassibile, basita, con la consapevolezza che non sempre è il 25 novembre. 

E una bicicletta può farci svegliare...guardatelo, pensate e fate pensare.




domenica 17 marzo 2013

Cambiare si può!







giovedì 14 febbraio 2013

Lettere d'amore




14 aprile 1943

Tesoro mio, come potrei immaginare un altro giorno senza i nostri sospiri all’unisono?
Questa nostra distanza forzata, questa nostra miseria, questa guerra.
Vorrei poter essere sicura di riabbracciarti e poterci godere un po’ di noia e un po’ di quotidianità.
Come abbiamo maledetto i nostri giorni sempre uguali, tanto da credere potessero uccidere la nostra passione. Ora so che in tempo di pace tutto vale, anche la noia è fonte di amore e amore.
Amore mio vorrei poter riconoscere in queste ore di pena la speranza. Non so più cosa sia sperare e progettare. Ricordi quanti piani avevamo insieme? Quante volte abbiamo pensato che sì, avremmo fatto, avremmo detto... ma poi, più tardi.
Ora di quel poi ce ne hanno privato e l’unica salvezza sta nell’appiglio che offre la speranza.
Unico rifugio ora è il ricordo, la memoria di quello che siamo stati, delle Tue braccia che mi travolgevano e della forza con cui mi spingevi verso il futuro, il Nostro.
Nelle notti più faticose, quando sento le lacrime delle altre donne attraverso la loro disperazione recupero il coraggio di riportare alla luce le nostre ore d’amore. E’ il conforto alla mia pena. Riesco a sentire la Tua pelle sulla mia, le Tue mani che si prendono tutto di me.
Vorrei poterti dare la morbidezza delle mie labbra ancora una volta per imprimere sulle Tue il calore del Nostro amore.
A volte mi faccio sopraffare dallo sconforto e dalla paura. Temo davvero che questa guerra se non si porterà via i nostri corpi, riuscirà comunque a prendersi le nostre anime.
Scriverò sul muro di questo rifugio ogni giorno il mio amore per Te, così che in qualche modo possa essere garantito ad esso un futuro attraverso gli occhi e le emozioni di chi leggerà.
Mi risulta difficile il commiato anche dalla scrittura. Scriverti è comunque stare con Te. Ma la candela si consuma e la parsimonia può essere alleata in questi tempi di fatica. Ti abbraccio sussurrandoti ancora il mio amore.
Tua...
Anita






quelle psichedeliche delle mie amiche imprenditrici di io mangiogofri oggi in occasione di San Valentino insieme ai loro gofri consegneranno lettere d'amore, tra le tante ci sarà anche la mia, scritta per l'occasione. E se vi diverte...cercatele su fb e partecipate al loro giveaway.